Dal 25 al 27 Marzo Rete Semi Rurali è presente a Nairobi alla 2° Eastern Africa Agroecology Conference 2025, nell’ambito del ProgettoAfriFOODlinks in collaborazione con l’ong ACRA. L’evento è dedicato ai sistemi alimentari agro-ecologici dai campi alle tavole, con particolare attenzione ai quelli dell’Africa Sub-Sahariana Orientale. Si tratta di un evento di estrema rilevanza per le comunità di agricoltori, attivisti e ricercatori che si occupano di salvaguardia delle sementi e di comunità del cibo a livello nazionale e internazionale, in particolare per l’attenzione alle tematiche dell’advocacy, l’accesso ai fondi, l’adattamento delle politiche nazionali, la scalabilità delle buone pratiche, e della gestione orizzontale e inclusiva dell’agro-biodiversità.
La conferenza è stata inoltre una preziosa occasione di conoscenza e scambio di buone pratiche agro-ecologiche, condivisione di prospettive, coordinamento di attività e divulgazione di risultati positivi nell’ambito della gestione partecipativa della biodiversità e l’attività delle Casa delle Sementi Comunitarie. Rete Semi Rurali, che partecipa all’evento presentando 2 poster dedicati alle popolazioni dinamiche di riso e alle Case delle Sementi Comunitarie, conferma la sua natura pienamente “Glocale”, fortemente radicata e attiva nel suo contesto di nascita, e al contempo capace di proiettarsi in una dimensione internazionale, intessendo collaborazioni e stabilendo collaborazioni fattive con soggetti operanti nella gestione partecipativa dell’agro-biodiversità in Europa come in Africa Sub-Sahariana.
Lunedì 26 maggio una Delegazione della Facoltà di Scienze Agrarie Biologiche dell’Università di Kassel ha visitato le Aziende “Cascina Teglio” e “Una Garlanda” appartenenti al Biodistretto del Riso piemontese, realtà unica e fondamentale della risicoltura biologica in Europa e storico partner di ricerca di Rete Semi Rurali.
La visita nelle 2 aziende ha incluso visite in campo dei sistemi colturali di risicoltura biologica unitamente alle strutture di trasformazione e vendita in riseria, così come momenti di studio e confronto teorico-pratici tra agricoltori, ricercatori e studenti. Si è trattata di un’occasione preziosa per coltivare e rafforzare le partnership di Rete Semi Rurali a livello internazionale, anche attraverso la valorizzazione dei casi studio positivi in termini di buone pratiche di campo e filiera.
Nel mese di maggio sono state avviate le sperimentazioni in campo del progetto BRESCIA presso Aziende Agricole Iside e Ortobioattivo.
Il progetto, capofilato dall’Università di Brescia, si prefigge di ridurre l’impiego di rame attraverso l’uso di biostimolanti (Trichoderma Atrobrunneum inoculato su cippato aziendale) per contrastare le principali patologie fungine su lattughe e pomodoro da industria, incrementando parallelamente la fertilità del suolo e la qualità dei prodotti. Saranno valutate anche le eventuali effetti nutraceutici e proprietà antinfiammatorie.
Nelle foto: primo trattamento on-farm in corrispondenza dei trapianti.
Il 16 maggio si sono svolte le visite in campo presso le aziende Isola Maria ad Albairate (MI) e Cascina Bosco Fornasara a Nicorvo (PV) nell’ambito del progetto IntercropValues, vasto progetto europeo finalizzato allo studio e alla promozione delle tecniche di consociazione in 15 paesi europei ed extra europei, tra cui l’Italia. Le aziende coinvolte praticano consociazioni erbacee a pieno campo per uso umano e zootecnico, applicando concretamente i principi agroecologici a favore delle aziende stesse e dell’ambiente. All’interno di IntercropValues Rete Semi Rurali svolge una puntuale azione di coordinamento, raccolta ed elaborazione dei risultati conseguiti dalle aziende agricole coinvolte, con l’obiettivo di far conoscere e disseminare questa buona pratica agronomica ancora poca diffusa in Italia.
produzione e commercio (nazionale e internazionale)
Il lavoro storico è stato rivolto in prima analisi a individuare le principali filiere agroalimentari generate dalla coltivazione e la commercializzazione dei prodotti del bosco. Da subito è apparso evidente che in Italia il primato corrisponde alla castagna quale prodotto che nel corso del tempo ha occupato una posizione rilevante nei regimi alimentari di gran parte della popolazione tanto rurale quanto urbana. In continuità con la fase precedente quando in maniera regolare la castagna compare tra le derrate vendute nei mercati cittadini, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la castagna ma anche la farina di castagna si inserirono nei circuiti commerciali non soltanto locali ma anche nazionali e internazionali. Da questo punto di vista vanno richiamate le esportazioni di castagne pregiate in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Dunque la castagna si dimostra un prodotto alla base dell’alimentazione locale ma anche in grado di generare un significativo flusso commerciale verso l’estero. La commercializzazione internazionale delle castagne solleva tutta una serie di domande sulle tipologie di castagne privilegiate, le reti di scambio e le tecniche di trasporto privilegiate. Se le castagne continuano a svolgere un ruolo importante nella dieta della popolazione italiana, anche il castagno (coltivato e silvestre) continua ad avere un notevole peso socio-culturale come attesta il fatto che la prima legge italiana sul bosco utilizza la “linea del castagno” per distinguere i boschi di montagna da quegli di pianura. Per regioni, la produzione di castagne si concentra nella Toscana, nella Calabria e nel Piemonte. Particolarmente apprezzata la castagna di Avellino. Altrettanto apprezzate erano le castagne di Cuneo esportate principalmente in Francia per la confezione dei marron-glacé. Il castagno da frutto era coltivato per: 1 la produzione di castagne sceltissime (d’amatore); 2. il consumo comune (commerciale); 3 la produzione di farina (da grande produzione), 4. l’alimentazione del bestiame (di qualità secondaria).
Dall’analisi di un ricco materiale d’archivio e bibliografico emerge il ruolo assegnato dalle politiche agrarie imposte dal fascismo. Tra gli anni Venti e Trenta è il momento in cui i castagneti raggiungono una maggiore estensione nella penisola (oltre 450.000 ettari) e la farina di castagna entra nel regime alimentare in sostituzione della farina di frumento. Non a caso è quando in Italia si diffondono tutta una serie di piatti e cibi a base di castagne. Tuttavia si deve continuare ad analizzare la documentazione al fine di capire se si può parlare di un effettivo sostitutivo tra la farina di frumento e quella di castagna. La produzione di castagne nonostante le forti oscillazioni annuali, da indagare meglio, si attesta intorno ai 5-6 milioni di quintali. Si nota una forte varietà di castagne fresche (Marroni, Nostrane, Scelte, Carpanesi, Carraresi, Di Carsoli) e secche
La situazione cambia drasticamente a partire dalla metà del secolo. Se in un primo momento, sotto gli effetti della ricostruzione del paese dopo il IICM, le castagne si dimostrano una valida alternativa alla scarsità di altri generi alimentari (la castagna come antidoto alla fame), con il boom economico l’attenzione sulla coltivazione e l’uso della castagna viene meno. La produzione scende velocemente da circa 3 milioni allo scadere degli anni Quaranta ad appena 700.000 quintali venti anni dopo. Tutte le regioni conoscono un marcata contrazione della produzione di castagne. Tendenza confermata anche dalla politica agricola imposta dalla CE particolarmente attenta allo sviluppo di altri alberi da frutto come il pero, le pesche e le mele. Di fatto le castagne non riscuotono tale attenzione come se fossero diventate un prodotto simbolo del passato, troppo legato alla cultura contadina non più compatibile con i nuovi modelli imposti dall’industrializzazione. Sicuramente l’esodo rurale contribuì a questo cambiamento di prospettiva rendendo le castagne simbolo di una società contadina in procinto di scomparire.
Tuttavia tale “oblio” della castagna precedette di poco il suo recupero da parte della società post-industriale di fine Novecento. La castagna a partire dagli ultimi decenni del XX secolo da prodotto dimenticato diventa simbolo di un’alimentazione più legata al territorio ma anche come risorsa al servizio di un ripensamento del rapporto tra uomo e ambiente e della ricostruzione degli ecosistemi storici della penisola caratterizzati da sempre dalla presenza di frondosi castagneti. Le prossime ricerche si possono muovere in una doppia direzione: da un lato valutare il recupero dell’uso delle castagne nell’alimentazione umana nonché animale, allo stesso tempo che si dovrà verificare in che modo i castagni possono essere inseriti nei piani europei per il ripristino degli ambienti naturali. Un doppio scenario (consumo di castagne e rivalutazione dei castagneti) de portare avanti in maniera congiunta.
Bibliografia
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