Nonostante il maltempo che ha imperversato nel resto della Sicilia, la splendida Favignana e i suoi abitanti ci hanno accolti a braccia aperte. Con noi erano presenti anche l’Università di Catania e l’Università Juan Carlos di Madrid – partner del progetto COUSIN – e il professore Maggioni, esperto di Brassica macrocarpa e membro del gruppo di lavoro ECPGR sulle Crop Wild Relatives.
Abbiamo esplorato l’isola in lungo e in largo alla ricerca della Brassica macrocarpa, cugina selvatica dei broccoli, endemica delle isole Egadi e minacciata di estinzione… e l’abbiamo trovata! Oltre un migliaio di queste piante popolano le scogliere di Favignana, prediligendo gli strapiombi a picco sul mare.
Uno degli obiettivi del progetto COUSIN è proprio quello di continuare il monitoraggio di quest’area, che potrebbe diventare una delle prime Riserve Genetiche d’Italia: luoghi dedicati alla conservazione e alla conoscenza delle specie selvatiche minacciate. La Brassica macrocarpa è una risorsa di grande valore per la ricerca scientifica. I ricercatori che lavorano al progetto COUSIN stanno sperimentando l’incrocio con varietà coltivate, questo secondo loro potrebbe contribuire a migliorare caratteristiche nutrizionali e anti-tumorali, aumentare la resistenza alla siccità e persino offrire nuove soluzioni per il controllo di alcuni parassiti del pomodoro.
Le 12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi
Mercoledì scorso gli agricoltori europei sono tornati a protestare con i loro trattori davanti alla sede del Parlamento europeo, riunito per l’approvazione dell’accordo di libero scambio commerciale tra Unione europea e Mercosur. Preoccupati per gli effetti negativi che l’accordo potrebbe avere sulle filiere agroalimentari europee gli agricoltori hanno chiesto l’applicazione del principio di reciprocità rispetto alle normative ambientali e sociali adottate dall’UE, a tutela della salute dei consumatori e dei diritti dei lavoratori.
In particolare, gli agricoltori sottolineano che nei prodotti agroalimentari provenienti dai Paesi del Mercosur, è autorizzato l’utilizzo di molti pesticidi pericolosi giustamente vietati nei 27 Stati dell’UE, con il rischio che possano arrivare sulle nostre tavole attraverso le importazioni, che rappresentano una parte rilevante degli scambi commerciali con il Sud America.
La richiesta di reciprocità delle normative ambientali e sociali è legittima e condivisibile, soprattutto nel settore agroalimentare, dove riguarda in particolare l’utilizzo delle sostanze chimiche impiegate nella produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.
Gli agricoltori europei chiedono, pertanto, l’applicazione del principio di reciprocità ma nel caso dei pesticidi, la richiesta è a senso unico: infatti, nessuno ha evidenziato che, tra i prodotti che l’UE potrà commercializzare con maggiori agevolazioni, ci sono anche i pesticidi con principi attivi oggi vietati per le aziende agricole dei 27 Paesi membri. Ne deriva un autentico paradosso: da un lato si vieta l’uso di sostanze pericolose in Europa per proteggere salute e ambiente, dall’altro si permette la loro vendita ai Paesi extra UE, senza considerare che questi pesticidi potrebbero ritornare indirettamente sul mercato europeo attraverso i prodotti agroalimentari importati. Tutto a esclusivo vantaggio dell’industria agrochimica, che continua a trarre profitto dalla commercializzazione di sostanze nocive.
12 Associazioni italiane evidenziano il serio rischio che, in assenza del recepimento delle richieste degli agricoltori europei da parte del Parlamento, si possa verificare una pericolosa riduzione delle garanzie a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente nelle norme europee che regolamentano le autorizzazioni e l’uso dei pesticidi.
In aggiunta a questo, le 12 Associazioni ribadiscono anche la necessità e l’urgenza di estendere il divieto di utilizzo dei pesticidi pericolosi per la salute e l’ambiente anche alla loro produzione e commercializzazione, in attuazione del principio di prevenzione del rischio che oggi viene evidenziato per l’accordo UE-Mercosur.
Con la scusa di compensare la delusione e la frustrazione degli agricoltori, le Istituzioni europee sembrano disposte a sacrificare, ancora una volta, le normative più avanzate a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Non potendo garantire una reale applicazione del principio di reciprocità e il rafforzamento delle garanzie di salubrità delle produzioni agroalimentari, cresce il rischio di riduzione delle norme oggi in vigore nell’Unione europea, in nome di una maggiore competitività e sostenibilità economica delle produzioni comunitarie.
Un rischio che si è già concretizzato con la proposta di provvedimento Omnibus per l’agricoltura, che prevedeautorizzazioni a tempo indeterminato per l’uso di pesticidi, ignorando i risultati della ricerca scientifica che ne attestano la pericolosità per la salute delle persone e per l’ambiente.
Si tratta di una vera deregolamentazione, che va nella direzione opposta all’aumento delle tutele che era previsto con il Regolamento SUR sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, poi ritirato dalla Commissione UE in risposta alle manifestazioni dei trattori nel 2024. Un precedente pericoloso, che oggi rischia di essere replicato con il provvedimento Omnibus in risposta alle proteste degli agricoltori di questa settimana, mettendo nuovamente a rischio le garanzie di sicurezza ambientale e sanitaria, senza risolvere i reali problemi delle aziende agricole.
Roma, 23 gennaio 2026
Le 12 Associazioni: ACU – Associazione Consumatori e Utenti; AIAB – Associazione Italiana Agricoltura Biologica; AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia; Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica; Federazione Nazionale Pro Natura; Greenpeace Italia; Lipu; Osservatorio Fairwatch; UPBIO – Unione Produttori Biologici; Rete Semi Rurali ETS; Terra!; WWF Italia
A novembre lo staff di Rete Semi Rurali ha effettuato la semina di parcelle di varietà di frumenti tenero, duro, farro e orzo presso la Fondazione Minoprio, a Vertemate con Minoprio (CO), in collaborazione con gli studenti della Fondazione stessa.
Le parcelle di frumento sono germinate con un buon sviluppo vegetativo, malgrado le condizioni metereologiche incerte del mese di semina.
L’attività è parte integrante del Progetto CEREA + CONNECT, mirato alla valorizzazione dei cereali lombardi, e ha visto la partecipazione complessiva di diversi soggetti partecipanti al progetto, come Rete Semi Rurali, l’Università degli Studi di Milano, L’Università degli Studi di Pavia e la Fondazione Minoprio.
Rete Semi Rurali ha fornito il suo contributo ed esperienza di gestione valorizzazione della biodiversità coltivata, specialmente attraverso un approccio agro-ecologico, proseguendo e rafforzando la rete di alleanze e competenze fondamentali per implementare futuri progetti a tutela dell’agro-biodiversità e della sostenibilità.
nel dialogare con Barbara Bernardini sulle iniziative del Semenzaio, abbiamo ritrovato le tracce di un articolo scritto nel 2024 da Riccardo Bocci per Braccia Rubate, la Newsletter che Barbara invia ad ogni cambio di luna. E’ un articolo ancora attuale e abbiamo deciso di riproporlo qui.
Coltiviamo la diversità
di Riccardo Bocci
Nel 2019 la Commissione Europea ha ripreso in mano un dossier abbandonato da qualche anno, causa cocente bocciatura nel 2014 da parte del Parlamento: la legislazione sementiera. Si tratta di un tema cruciale per il settore agricolo: le sementi disegnano i sistemi agricoli in cui saranno coltivate e la loro qualità è essenziale per garantire una buona produzione agli agricoltori.
Allo stesso tempo, però, le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alla società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti. Oppure si corre il rischio di non capire quanto ancora sia importante il legame con la tradizione e il mondo dei nomi delle varietà locali e la loro capacità evocativa. Importanza anche economica per l’agricoltura industriale. Non è un caso che qualche mese sia stata iscritta una nuova varietà di mais ibrido al catalogo varietale usando il nome Pignoletto Peila, cioè usando il nome di una varietà tradizionale, Pignoletto, perché ha ancora un richiamo sui clienti sia della semente che della farina. Ovviamente, creando confusione nei consumatori e facendo concorrenza sleale a quegli agricoltori che in questi anni, con fatica e passione, hanno continuato a coltivare il vero Pignoletto.
A luglio scorso la Commissione europea ha presentato la proposta di nuovo regolamento sulle sementi, che in queste settimane è in discussione al Parlamento europeo per essere votata in plenaria a fine aprile, come ultimo atto prima delle elezioni parlamentari europee di giugno.
Il processo di riforma dell’agenzia si concluderà nel 2027. Se si limiterà a un riordino burocratico sarà un’occasione persa. L’Europa, Italia in primis, faccia di tutto per evitarlo.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 286 – Dicembre2025
Il 16 ottobre 2025 la Food and agriculture organisation (Fao), agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma, ha festeggiato gli ottant’anni dalla sua fondazione. Ma al di là di celebrarne l’esistenza a distanza di quasi un secolo, qual è il suo impatto rispetto gli scopi prefissati? Ha ancora un ruolo nel guidare i sistemi alimentari verso le sfide che li aspettano?
A leggere i numeri del rapporto “The state of food security and nutrition in the world 2025”, pubblicato dalla Fao stessa, la strada per eradicare la fame e l’insicurezza alimentare entro il 2030 (obiettivo di sviluppo sostenibile 2.1) è ancora lunga, così come appare lontano l’obiettivo 2.2 che dovrebbe porre fine a tutte le forme di malnutrizione.
Il documento individua l’elevata inflazione come una delle principali cause dell’aumento dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione infantile e chiede azioni coordinate per raggiungere i target nei prossimi cinque anni. Il problema è che sul fronte delle proposte il report resta molto legato al tema della trasparenza dei mercati e relativi prezzi, cioè le politiche monetarie e fiscali da parte degli Stati, senza analizzare la concentrazione dei mercati agricoli, chi li controlla e come immaginare mercati diversi in grado di garantire la sicurezza alimentare a livello locale.
Non è un caso che si limiti a promuovere in maniera generica “un commercio aperto e resiliente che protegga le popolazioni vulnerabili”. I giganti del commercio mondiale Archer Daniels Midland (Adm), Bunge, Cargill e (Louis) Dreyfus non sono considerati, sebbene giochino un ruolo più importante dei singoli Stati grazie alle loro riserve alimentari.
Il rapporto evidenzia dunque che quanto fatto finora non basta, ma le soluzioni proposte sono molto parziali perché non prendono in considerazione il diritto al cibo e il tema della giustizia sociale.
Se sul fronte dei risultati la Fao non brilla, la sua posizione vacilla anche per gli scossoni che sta ricevendo il sistema multilaterale. I tagli del governo statunitense alle Nazioni Unite, infatti, stanno avendo un forte impatto anche su questa agenzia che vedrà un suo ridimensionamento, a meno che attori come l’Europa non si facciano carico, politicamente ed economicamente, del mancato supporto degli Usa.
Un recente articolo sul sito Food tank scritto da Pat Mooney, Shalmali Guttal e Sofia Monsalve Suarez, membri del Panel internazionale di esperti sui sistemi alimentari sostenibili (Ipes-Food), dal titolo “Il sistema alimentare globale è rotto e ripararlo richiederà più che buone intenzioni”, analizza i motivi degli insuccessi della Fao e delinea una possibile via d’uscita.
Tra 638 e 720 milioni di persone anno sofferto la fame nel 2024 nel mondo. Quasi il 50% sono in Africa.
Il punto centrale secondo gli autori è che “il mandato originario si è disperso tra diverse agenzie, e le collaborazioni con grandi multinazionali dell’agrochimica e dell’agribusiness hanno sollevato dubbi sui conflitti d’interesse, mettendo in discussione l’indipendenza e la credibilità dell’istituzione”.
È necessario ricostruire la sua missione pubblica, rinforzando le relazioni con l’Alto commissariato per i diritti umani e il Relatore speciale sul diritto al cibo, e aprendosi a una partecipazione maggiore della società civile, vista come parte fondamentale del sistema e non come accessorio.
Il Consiglio della Fao ha avviato il processo di riforma che si concluderà nel 2027 ma avrà successo solo se terrà conto di queste considerazioni e non si limiterà a un riordino burocratico o amministrativo. L’Europa potrebbe giocare un ruolo chiave in questa transizione con l’Italia in prima fila. Non solo perché ospitiamo la sede della Fao ma anche perché da gennaio 2021 il vicedirettore generale della Fao è italiano, nella persona di Maurizio Martina.
Siamo arrivati alla fine dell’anno e come promesso all’inizio di questo percorso, ieri abbiamo inviato tutta la documentazione alla Regione Toscana per ottenere il riconoscimento del Distretto Biologico.
Si tratta del Programma Economico Territoriale Integrato, dell’Accordo di Distretto con tutte le firme e dei relativi allegati che presentano il territorio. Ora aspettiamo fiduciosi la risposta della Regione, che dovrebbe arrivare entro fine febbraio.