Tra il 2010 e il 2020 è diminuito il numero delle piccole aziende a conduzione familiare a favore di un modello imprenditoriale basato sull’efficienza
di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 251 - Settembre 2022
Istat ha pubblicato a giugno 2022 il nuovo Censimento generale dell’agricoltura, che aggiorna quello del 2010 ed è riferito all’annata agraria 2019-2020. Da una lettura dei primi risultati emerge un quadro su cui è importante riflettere. Viene descritto un cambiamento importante in atto nelle nostre campagne, legato a quel processo di modernizzazione avviato nel secondo dopoguerra, mai compiuto in Italia a differenza di quanto avvenuto in altri Paesi europei.
Mi riferisco in particolare ai dati relativi al numero di aziende, alla superficie media aziendale, alla tipologia di possesso dei terreni e alla forma giuridica delle imprese. Finora abbiamo raccontato una struttura agraria italiana composta da piccole o piccolissime aziende (media nazionale cinque ettari), a gestione familiare e di proprietà, in cui lo sfruttamento del lavoro è per lo più a carico dei componenti della famiglia.
Questa fotografia ha retto quasi 50 anni di Politica agricola comunitaria (Pac) che ha cercato -con varie misure economiche- di accorpare le aziende, ridurne il numero in modo da aumentare la loro competitività, in una visione esclusivamente economica del loro ruolo nella società. L’obiettivo da raggiungere era il modello statunitense. Malgrado questo enorme sforzo, la realtà italiana è cambiata poco in quegli anni: la diversità dei contesti agricoli, la presenza di famiglie contadine con redditi extra-agricoli, e un certo strabismo nell’applicazione delle politiche europee (ricordiamoci che il più grande sindacato del settore si chiama Coldiretti e ha sempre basato la sua forza sul supporto alla piccola azienda familiare) sono stati elementi che hanno limitato l’impatto delle politiche modernizzatrici. Oggi, nel confronto tra 2010 e 2020, sembra che questa tendenza stia cambiando. La superficie agricola utile (Sau) ha superato la soglia dei dieci ettari (11,1 per l’esattezza) e la contrazione della Sau totale è stata molto minore in proporzione del numero di aziende.
In pratica sono scomparse circa 400mila aziende (-30%), mentre la superficie agricola si è ridotta solo del 2,5%. Rispetto alla proprietà della terra abbiamo assistito a una drastica riduzione della proprietà come forma di conduzione (-44,1%) e a un aumento quasi uguale dei terreni in affitto (+49,7%). Anche le imprese individuali o familiari si sono ridotte (-32%) per fare spazio alle società di persone (+15%), di capitali (+42,4%), cooperative (+5,1%) o a forme di gestione collettiva della terra (+11,7%).
È in atto un terremoto silenzioso nelle nostre campagne, che, sebbene auspicato dalle dottrine economiche in nome dell’efficienza e della competitività, cambierà la geografia e il paesaggio della penisola. Inoltre, disaggregando i dati su base regionale, si vede che l’emorragia è maggiore al Sud e nell’Isole, o più in generale in tutte le Regioni che hanno al loro interno delle aree marginali come colline o montagne. Sta arrivando a compimento quello spopolamento delle aree rurali marginali, dove l’agricoltura è stata per anni non solo capace di gestire territori difficili, ma anche di costruire quei paesaggi oggi venduti nelle cartoline ai turisti. In questi anni non siamo stati in grado di inventare un modello di sviluppo per frenare la loro desertificazione. Le sole politiche assistenziali a pioggia non hanno funzionato: è mancata una visione condivisa in grado di proiettarle nel futuro, al di là degli stereotipi legati al prodotto tipico o tradizionale.
E in assenza di una visione questi cambiamenti sono arrivati come naturali, causati da un lato dalla scomparsa delle generazioni ancora legate all’agricoltura, dall’altro all’azione continua e pressante del mercato dominato sempre più dalle strategie della grande distribuzione organizzata e dall’hard discount. Sarebbe il momento giusto per organizzare una Conferenza agraria nazionale per capire che cosa sta succedendo e cercare di costruire una nuova visione per l’agricoltura nella società, che superi la mera produzione di materia prima per l’agroindustria.
Per favorire modelli alternativi è necessario che il mondo della ricerca riscopra il suo ruolo sociale, smarcandosi dal mercato
di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 250 - Luglio/Agosto 2022
Sono passati sei mesi da quando il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica è entrato in vigore: il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) deve ancora redarre il facsimile della notifica per il Materiale eterogeneo biologico (Meb) e sembra che questa innovazione per ora non stia interessando il mondo del biologico. Sono pochi gli attori che si stanno organizzando sul lato produttivo/commerciale e ancora meno le ditte sementiere pronte a lanciarsi in questa nuova esperienza. Un interesse maggiore sta nascendo nel mondo della ricerca pubblica più vicino agli agricoltori biologici. Sono diversi, infatti, i centri di ricerca e le università che da alcuni anni stanno sviluppando popolazioni o miscele che, in alcuni casi, sono già in produzione in alcune aziende agricole.
La diversificazione dei nostri sistemi agricoli, alimentari e delle relative diete non è che agli albori di quella che potrebbe essere una rivoluzione vera e propria del settore. Vediamone alcuni aspetti. Uno dei tratti distintivi della diversità del Meb è che non può essere coperto da proprietà intellettuale, come invece avviene per le normali varietà uniformi. Questo fatto comporta un problema sia per le ditte sementiere sia per la ricerca pubblica. Le prime, infatti, devono rivedere il loro sistema di competizione all’interno del settore, normalmente basato su protezione varietale, accordi di licenza per la commercializzazione delle sementi e royalties per recuperare i costi di ricerca e sviluppo delle varietà. Essendo il Meb in pubblico dominio, tutto questo modello deve essere ripensato.
Stesso discorso si applica alla ricerca pubblica, avvicinata al mercato da anni di riforme liberiste e in balia di un sistema di valutazione della produttività del singolo ricercatore sempre più basato sulla proprietà intellettuale. La sua carriera è ormai in funzione del numero di brevetti ottenuti o di varietà protette iscritte al catalogo, in un’ottica quasi commerciale del ruolo della ricerca pubblica. Vali solo se produci innovazioni “brevettabili” che a cascata portano “soldi” alla ricerca, perdendo completamente di vista il suo ruolo sociale e pubblico, inteso come bene comune della società. Come si capisce, il nuovo mondo legato alla diversità del Meb prevederebbe un supporto completamente diverso da parte della ricerca pubblica: integrata nel processo di ricerca partecipativa e decentralizzata con tutti gli attori delle varie filiere, disposta a investire se stessa nei processi sociali di innovazione, capace di supportare tecnicamente e scientificamente questi processi in un dialogo continuo con gli attori coinvolti.
La questione però nasce spontanea: come valorizzare quei ricercatori che decidono di seguire questa strada visto che i risultati della loro ricerca non sono quei prodotti brevettabili con cui dovrebbe essere valutati? Come convincere le politiche sulla ricerca agricola che non esiste solo l’innovazione di prodotto (come ad esempio droni e agricoltura di precisione) ma che il pubblico potrebbe svolgere un importante ruolo di supporto e integrazione all’innovazione sociale (e poi anche di processo e prodotto) attuata da molte aziende biologiche? Come far capire che il valore maggiore della ricerca pubblica è il suo capitale sociale e non i prodotti che sviluppa per il mercato?
In un momento difficile per la ricerca, stretta tra mercato e critiche di affarismo e gestione clientelare, dobbiamo capire che questo è uno spazio sociale da difendere, aprendo un dibattito nella società sul suo ruolo strategico nell’innovazione in agricoltura. Da questa strada passerà il futuro dei modelli agricoli alternativi.
Le aziende avranno un ruolo chiave per valorizzare l’innovazione varietale partecipativa. Coinvolgendo agricoltori e cittadini
di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 249 - Giugno 2022
Il 9 marzo scorso, dopo un iter lungo e faticoso, finalmente ha visto la luce la legge italiana dedicata a tutela, sviluppo e competitività del biologico (Legge 23/2022). È un momento simbolicamente importante perché sancisce la centralità del metodo di produzione biologico per lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile in Italia. Per questo motivo la sua approvazione è stata difficile: puntare sul bio vuol dire, tra le altre cose, ridurre l’impiego di prodotti chimici e quindi il mercato per chi li produce.
L’Italia è il terzo Paese europeo per consumo di pesticidi (circa 60mila tonnellate l’anno), con una riduzione dei consumi del 14%, tra il 2016 e il 2021, parallela alla crescita del bio. L’articolo 8 della legge istituisce il Piano nazionale delle sementi biologiche. Vediamo più in dettaglio il significato politico e l’importanza strategica di questo testo.
Un nuovo piano sementiero bio era atteso da anni, l’ultimo risale a dieci anni fa e non era riuscito a rispettare le molte aspettative che aveva generato. A quei tempi cominciava ad affacciarsi timidamente in Italia il tema del miglioramento genetico partecipativo, legato al pensiero, ancora quasi eretico a quei tempi, di avere sementi adatte al bio prodotte specificamente per questo modello. Alcune azioni sperimentali erano state finanziate in tal senso, ma sostanzialmente alla fine del piano la disponibilità di sementi bio non era aumentata e le deroghe erano rimaste lo strumento più usato dagli agricoltori per accedere alle sementi.
L’articolo 8 cita espressamente il miglioramento genetico partecipativo come strumento per fare ricerca varietale in bio, finalizzata a sviluppare sementi “adatte all’agricoltura biologica e biodinamica e ai diversi contesti ambientali e climatici, e ai diversi sistemi colturali”. Si tratta di un cambiamento di paradigma scientifico quasi epocale. Infatti nel 2008 il precedente piano sementiero nazionale aveva solo un’azione riferita al biologico che si occupava di “valutazione dell’idoneità di varietà alla coltivazione con il metodo biologico” e non di miglioramento genetico per il bio. E le conclusioni di allora, supportate dalla maggior parte del mondo scientifico, erano che le migliori varietà in convenzionale sono anche le migliori in biologico. Da questo punto di vista la legge rappresenta un importante passo in avanti.
In un anno in Italia vengono utilizzate mediamente 60mila tonnellate di pesticidi. Il nostro è il terzo Paese europeo per consumo di questi prodotti.
Adesso il ministero delle Politiche agricole dovrà adottare entro ottobre il nuovo Piano, sperando che l’innovazione presente nella legge venga tradotta in azioni pratiche con un impatto reale sul mondo sementiero, includendo anche gli agricoltori. La difficoltà starà nel capire che lavorare nel biologico prevede un cambiamento del modello economico classico delle ditte sementiere: l’obiettivo è di avere tante varietà adatte a tanti contesti diversi e non poche da vendere a più clienti possibili. Ovviamente nel secondo caso i costi di ricerca e sviluppo si riescono ad ammortizzare mentre nel primo no.
Quindi dovremo ripensare il rapporto tra ditte private e agricoltori. Finora le politiche agricole e l’ideologia economica liberista hanno pensato a questo rapporto come a una mera relazione di vendita, con l’agricoltore semplice consumatore di sementi. Oggi dobbiamo immaginare un sistema diverso, riportando le ditte sementiere nei contesti locali di sviluppo varietale e produzione delle sementi e legandole inoltre a gruppi decentralizzati di ricerca dove coinvolgere agricoltori, ricercatori e cittadini. L’innovazione varietale partecipata così prodotta viene veicolata sul mercato dalle ditte sementiere, ma senza patenti di proprietà. La ditta diventa uno dei soggetti economici in grado di animare il tessuto rurale su cui insiste. Siamo solo agli albori di un nuovo mondo, ma l’orizzonte comincia a delinearsi.
Lo spettro di una crisi alimentare ha ridato voce a chi vuole aumentare a tutti i costi la produttività. L’Unione europea deve resistere
di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 248 - Maggio 2022
Devo ammettere che per un po’ ci avevo creduto, avevo sperato che, finalmente, ci fosse una visione unanime sulle politiche agricole a livello europeo. Che le sudate strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità”, approvate dal Parlamento europeo, potessero diventare i paletti entro cui costruire i sistemi agricoli del futuro. Purtroppo mi sbagliavo. È bastata la paura della crisi alimentare dovuta alla guerra in Ucraina a riportare le lancette indietro di almeno dieci anni. In queste settimane, infatti, è stato un fiorire di voci e pareri su cosa occorre fare per risolvere il probabile futuro problema di approvvigionamento alimentare per l’Italia.Siamo stati tempestati di dati sulle nostre importazioni, sul fatto che non siamo autosufficienti per semi oleosi, cereali, mais e quant’altro, dimentichi che è il nostro sistema economico-politico che si è organizzato in questo modo. L’iperspecializzazione monocolturale in agricoltura ci ha portato ad abbandonare terre e colture dove non eravamo competitivi con altre aree del mondo. Niente di nuovo sotto il sole.
Questi dati sono serviti a ridare fiato al paradigma modernizzatore e produttivista, che finora aveva male accettato le aperture degli ultimi anni a pratiche come biologico, biodinamico, permacoltura o banalmente l’agricoltura sostenibile. La logica che viene portata avanti è di una banalità imbarazzante nella sua incapacità di capire come funzionano i sistemi agricoli-alimentari: siamo dipendenti dall’esterno per i prodotti agricoli, quindi dobbiamo aumentare la produttività ad ettaro, rimettere in colture le terre a riposo, riconsiderare la strategia “Farm to Fork”, aumentare l’uso di fertilizzanti e mezzi chimici, in barba alle richieste di riduzione della strategia “Biodiversità”.
Questa ricetta, ovviamente, prevede anche una revisione completa dell’approccio precauzionale sul tema degli Ogm e delle nuove Tecnologie di miglioramento genetico (New breeding techniques, Nbt): basta con i lacci della politica e della burocrazia, dobbiamo aprire l’agricoltura europea agli Ogm americani, anche non autorizzati da noi, e promuovere l’uso delle future varietà Nbt. Queste sono, ad esempio, le indicazioni espresse nell’audizione alla Camera il 22 marzo scorso da parte del comitato tecnico-scientifico della casa editrice Edagricole e dall’Associazione italiana società scientifiche agrarie.
Nel 2020 la Commissione europea ha approvato la strategia “Farm to Fork” con l’obiettivo di rendere più sostenibile il sistema alimentare europeo.
Stessa retorica ha animato lo scorso 27 marzo una pagina del supplemento culturale del Sole 24 Ore che, con perizia scientifica, ha cercato di dimostrare che non esistono tante agricolture, ma solo una: quella basata sulla scienza, ovviamente declinata al singolare perché un solo modello scientifico è riconosciuto. Il resto delle agricolture sono frivolezze da cittadini agiati che si possono permettere simili illusioni. Un’unica narrazione per convincere che non c’è più spazio per il dubbio, per sperimentare alternative al modello agricolo-industriale, per mettere definitivamente a tacere ogni discussione in nome dell’emergenza.
È come se il paradigma scientifico produttivista (sviluppatosi nel secondo dopoguerra e in questi anni sopraffatto da agricoltori, cittadini e politici che stanno cercando delle alternative) riprendesse fiato con una minaccia: finora vi siete permessi di giocare ad essere alternativi, olistici o sostenibili perché non c’era la crisi. Ora non possiamo più permettercelo. Non è neanche all’orizzonte l’eventualità che questa crisi sia anche frutto di quel modello industriale e che i cambiamenti climatici e i problemi ambientali sono i nuovi limiti dentro cui muoversi. Speriamo che l’Ue e la politica abbiano la forza e la visione necessarie per resistere a questa spallata.
di Claudio Pozzi, Adanella Rossi - Rete Semi Rurali
Torniamo fra le pagine di Terranuova e lo facciamo con un numero del notiziario di Rete Semi Rurali particolarmente adatto ad un vasto pubblico, anche se i contenuti possono apparire difficili. Non è facile parlare di Politica Agricola Comune (PAC) senza incorrere in tecnicismi. Forse anche per questo un capitolo di spesa così importante dell'Unione Europea (poco meno del 40% del bilancio complessivo) viene percepito come lontano, se non estraneo, alla quotidianità di noi tutti. Tuttavia, dati la centralità e l’impatto di questa politica, è importante essere informati della sua evoluzione. E’ preziosa a tal fine la conoscenza che ci viene offerta dall’azione di presidio “attrezzata” e continuativa messa in atto nei riguardi del percorso di definizione della nuova programmazione PAC. Allo scopo sono state costituite alleanze in tutta Europa, grazie soprattutto all’iniziativa delle organizzazioni ambientaliste, ben consce delle rilevanti ricadute di tale politica sulla salute dell’ambiente e di tutti gli esseri viventi. In Italia è nata la Coalizione Cambiamo Agricoltura, che ha visto pian piano aderire circa 80 organizzazioni, impegnate in ambiti diversi; tra di esse Rete Semi Rurali ha portato il suo contributo sul tema della biodiversità agroalimentare. Nel partecipare alla Coalizione ci hanno colpito la convergenza di background culturali ed esperienziali diversi attorno a un obiettivo condiviso, la capacità di fare tesoro della diversità per potenziare l’azione comune e la disponibilità al mutuo apprendimento e al rispetto delle specifiche esigenze. Di fatto, per la sua ampia capacità di rappresentazione, la Coalizione è espressione del movimento che più in generale e in diverse forme si sviluppa dalla società civile, un movimento che è in grado di sentire la necessità di cambiamento di fronte alle emergenze in atto e di sperimentare già ora pratiche e stili di vita diversi.
L’indicazione che ci viene da questa comune esperienza attorno alla nuova PAC è chiara: laddove il sistema regolatorio fa fatica a intraprendere scelte radicali, anche grazie alle resistenze di una buona parte del mondo produttivo e delle sue rappresentanze, un nuovo patto sociale tra movimenti organizzati e tra soggetti della produzione e del consumo è l'unica forza che appare in grado di contribuire alla transizione. La sfida al riguardo è grande: c’è bisogno di ridisegnare in profondità i sistemi di produzione-consumo, su criteri e valori che uniscano la società tutta e questa con gli altri esseri viventi e con l’ambiente. In tale direzione, in aggiunta allo sviluppo di adeguate competenze tra i movimenti, l’impegno a cui più in generale tutti noi siamo chiamati è prendere consapevolezza dei nodi da sciogliere nei comportamenti quotidiani, condizionati da decenni di consuetudine. Allo scopo, quanto già costruito da produttori e consumatori consapevoli può aiutare nell’azione di sensibilizzazione ed educazione di tutti gli altri - gli agricoltori che si sentono minacciati e ingiustamente perseguiti, e i consumatori ignari, incuranti e inconsapevolmente complici di un sistema insostenibile.
Tutto questo diventa particolarmente importante in un momento come quello attuale in cui, nel quadro di paure e incertezze dovute all’evento imprevisto della guerra in Ucraina, si è pronti a demolire quanto negli anni è stato costruito nella direzione di un'agricoltura più sostenibile, sana ed eticamente accettabile. Di fronte all’intenzione di ridimensionare ulteriormente gli obiettivi della strategia Farm to Fork, di cui è un’espressione la recente raccomandazione di rimuovere i vincoli ad una crescita di produttività, diventa più che mai importante rimanere fermi e uniti nella richiesta di un altro modello agroalimentare.
Il contributo della società civile sulla riforma della PAC
di Federica Luoni - Resp. Agricoltura Lipu, Coalizione Cambiamo Agricoltura
Dal 2017 un gruppo di 80 associazioni Italiane, unite ai coordinamenti Europei si batte per dare un futuro diverso all’Agricoltura Europea a partire dalla riforma della Politica Agricola Comune.
Era il maggio 2017 quando le associazioni di tutta Europa annunciavano che oltre 320.000 cittadini, di 28 paesi europei, avevano partecipato alla consultazione pubblica indetta dalla Commissione europea sul futuro della Politica Agricola Comune, la cosiddetta PAC, chiedendo a gran voce un’agricoltura diversa, attenta all’ambiente, alla salute e alla giustizia sociale.
A mobilitare i cittadini nei mesi precedenti a questo risultato si mossero in tutta Europa numerose associazioni convinte, a ragione, che “l’unione avrebbe fatto la forza”. Su questo principio in Italia Legambiente, Lipu, WWF e FAI crearono il primo nucleo della Coalizione Cambiamo Agricoltura. In poco tempo si unirono a loro le associazioni dell’Agricoltura Biologica e Biodinamica e altre associazioni per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Da allora la Coalizione ha raggiunto oltre 80 sigle aderenti e oggi il suo coordinamento è garantito da un tavolo di 14 membri (ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF, FederBio, ISDE, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food e WWF). Ma perché tanta mobilitazione per cambiare una politica europea? Per capirlo occorre fare un passo indietro e guardare a cos’è la PAC e quali conseguenze ha avuto sul nostro continente.
La PAC, prima tra le Politiche Europee (quest’anno compie 60 anni), fu ideata per incentivare la produzione, tenere bassi i prezzi e spostare manodopera dalle campagne alle industrie in un’Europa post bellica. Questo modello fece presto pagare il suo prezzo con squilibri in termini economici, sociali e ambientali: accumuli di prodotti, instabilità dei mercati e della tenuta finanziaria dell’Europa, scomparsa delle piccole aziende e accumulo di terre e dei relativi sussidi nelle mani di pochi.
Uno degli effetti più negativi è stato, però, la sostanziale perdita di biodiversità a tutti i livelli: a scala del singolo campo, con coltivazioni monovarietali, a scala di azienda, con una solo coltura prevalente, a scala di paesaggio, con la perdita delle aree naturali e degli elementi tradizionali del paesaggio. Questo fenomeno di banalizzazione è stato accompagnato dall’immissione nel suolo, nelle acque e nell’aria di agenti inquinanti e dalla progressiva perdita di sostanza organica dei suoli. L’insostenibilità di questo modello, a partire dagli anni ‘90, hanno spinto l’Europa ad apportare modifiche ai regolamenti delle programmazioni settennali della PAC.
I dati ambientali e sociali hanno, però, mostrato l’insuccesso di tali riforme: ancora oggi il 20% dei beneficiari riceve l’80% dei fondi, 1/3 degli agricoltori ha abbandonato l’attività nel giro di 10 anni, dal 2000 il 56% degli uccelli delle aree agricole sono scomparsi così come il 30% delle farfalle, il 14% dei campioni delle acque di falda è inquinato in modo serio, ¼ delle emissioni di gas climalteranti viene dall’agricoltura e questa percentuale è in continuo aumento. Da qui la speranza che la programmazione 2021-2027, lanciata proprio dalla Consultazione del 2017, portasse finalmente ad una PAC davvero verde ed equa, secondo il principio di soldi pubblici per beni pubblici.
La Commissione, però, ha ignorato l’appello dei cittadini, presentando il 1° giugno 2018 una proposta apparsa subito non all’altezza delle sfide ambientali e sociali. Nonostante, in teoria, i regolamenti identifichino 9 obiettivi per la PAC post 2020, ognuno per i 3 pilastri della sostenibilità (economica, ambientale e sociale), non altrettante regole erano presenti per assicurarne il pieno raggiungimento.
Per questo la Coalizione Cambiamo Agricoltura è tornata a mobilitarsi attraverso convegni, eventi pubblici, campagne social e documenti tecnici allo scopo di spingere il Parlamento e il Consiglio Europeo a presentare emendamenti migliorativi. Tutto questo in concerto con le associazioni di tutta Europa, anche grazie al prezioso coordinamento del network da parte di GoodFoodGoodFarming. Nel frattempo, a causa dei ritardi accumulati, la programmazione 2014-2020 è stata prorogata posticipandone l’entrata in vigore al 2023.
Un segnale incoraggiante è arrivato nel maggio 2020 con l’emanazione da parte della Nuova Commissione, guidata da Ursula Von der Leyen, delle Strategie Europee Biodiversità 2030 e Farm to Fork, contenenti ambiziosi obiettivi per l’agricoltura Europea: dimezzare l’uso e il rischio dei pesticidi, dimezzare l’uso di antibiotici e ridurre del 20% i fertilizzanti, portare ad almeno il 25% le terre coltivate a biologico, restituire il 10% delle aree agricole alla natura. Speranza presto delusa dagli emendamenti alle Strategie proposte usciti dalle decisioni del Consiglio e dal voto del Parlamento, e confermati poi dal cosiddetto Trilogo, ossia il processo di concertazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio, che ha portato a giugno del 2021 al testo finale dei regolamenti (approvati in via definitiva lo scorso novembre). Una delle novità sostanziali è che gli stati Membri sono stati chiamati ad approntare un nuovo documento, il Piano Nazionale Strategico (PSN), in cui declinare tutti gli aspetti della politica agricola: dai pagamenti di sostegno al reddito, all’individuazione di quali settori possono beneficiare di pagamenti accoppiati, fino agli interventi dello sviluppo rurale, che dovranno essere stabiliti a livello nazionale, seppur poi applicati dalle Regioni attraverso i Programmi di Sviluppo Rurale. Il PSN deve definire anche i contenuti degli ecoschemi, ossia una nuova tipologia di intervento destinata a remunerare quegli agricoltori che mettono in atto azioni a favore del clima e dell’ambiente. L’Italia ha consegnato alla Commissione lo scorso 31 dicembre la sua proposta di Piano, ancora, purtroppo, molto lontana da quella rivoluzione agroecologica attesa.
Il lavoro della Coalizione Cambiamo Agricoltura non è ancora, quindi, concluso e non terminerà neanche con l’approvazione del Piano Italiano. Continueremo a chiedere “Cambiamo Agricoltura!” per disegnare un futuro agroecologico, giusto per gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente, sperando di avere sempre più cittadini al nostro fianco.