Il canale video e i documentari di Rete Semi Rurali del 2020

Le funzioni di un canale YouTube possono essere principalmente due. La prima, legata alle dinamiche da youtuber, usa la piattaforma come luogo di incontro di fruitori quotidiani che vanno a costituire un seguito generalmente chiamato 'community' che si auto-seleziona in base all'argomento proposto dal protagonista dei video. La seconda è quella di canale di pubblicazione di video facili da trovare anche da chi non ama iscriversi ai social - con l'indirizzo preciso chiunque può vederne uno o seguire una diretta - e di archivio di tutti i contenuti in modo che gli ultimi arrivati possano recuperare quelli che si sono persi riportandosi in passo rispetto alle pubblicazioni più interessanti e/o imperdibili.

Il canale YouTube di RSR (www.youtube.com/user/ReteSemiRurali) non può ontologicamente pensare di avvicinarsi al primo caso, ma sicuramente ha nei desiderata quello di essere sempre più sfruttato per poter diventare un canale che accorci le distanze tra Staff, Soci e Amici sostenitori della Rete Semi Rurali.

Nel corso di questo primo anno abbiamo organizzato 7 playlist per un totale di circa 30 video che raccontano pezzi di esperienze e di attività di RSR. Se dobbiamo evidenziare un dato tra gli altri, sicuramente ci preme sottolineare che l'86% delle visualizzazioni dei video del canale provengono da utenti non iscritti.

Per il nuovo anno: prima iscrivetevi al canale e poi guardate i video e condivide quelli che vi son piaciuti di più con chi pensate possa essere interessato.

No, non siamo improvvisamente diventati anche noi schiavi delle dinamiche da “influencer” ma ci sta a cuore che sempre più persone possano conoscere le attività di RSR e le realtà collegate.

Il famoso 'mantra' vale anche per il canale YT di RSR: più iscritti ci sono, più condivisioni si fanno dei contenuti del canale e più la piattaforma YT aiuta i video ad essere trovati.

Buona visione!

Parte il primo esperimento sull’epigenetica delle produzioni sementiere locali

Parte il primo esperimento sull’epigenetica delle produzioni sementiere locali

Per comprendere come l’epigenetica potrebbe influenzare le produzioni locali di sementi è attualmente in corso un esperimento che vede la collaborazione tra Rete Semi Rurali, Centro di Ricerca Difesa e Certificazione del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Iniziamo con una rapida introduzione all’epigenetica, una parola difficile che invece nasconde un concetto semplice. L’epigenetica studia tutti i fenomeni ereditabili di un organismo che non dipendono da cambiamenti della sequenza del DNA che, in via di principio, conserva tutte le informazioni necessarie allo sviluppo e alla riproduzione di un individuo. Il DNA è presente in ogni cellula con una copia completa, quindi nella stessa pianta le cellule che formano una foglia o una radice, pur essendo molto diverse, racchiudono lo stesso identico corredo genetico. Come è possibile che cellule geneticamente identiche riescano a generare tessuti così diversi? E come fa, per esempio, una radice in accrescimento a evitare di diventare una foglia? 

VarietàAnno di rilascio
Villa Glori1913
Frassineto1924
Vilmorin1928
Abbondanza1950
Leone1955
Bologna2002
Solibam tenero Floriddia (popolazione)2010
Solibam tenero Li Rosi (popolazione)2010

Qui entra in gioco l’epigenetica, in cui il prefisso epi- sta a significare sopra la- genetica e si riferisce a tutti quei meccanismi biologici che permettono di “annotare” informazioni sul DNA senza modificarne la sequenza. Queste informazioni consentono alle diverse parti del genoma - i geni - di esprimersi nel modo corretto da un punto di vista strutturale (formazione dei diversi tessuti), temporale (fasi di crescita di un organismo) e in risposta ai diversi stimoli ambientali. Per fare un esempio classico possiamo pensare all’epigenetica come alla punteggiatura, senza di essa le informazioni contenute in un libro sarebbero in alcuni casi difficili da interpretare. Facendo un parallelismo le parole rappresentano la genetica mentre la punteggiatura rappresenta l’epigenetica.

Queste “annotazioni” vengono passate alle cellule quando si duplicano, per esempio in una radice che cresce, ma vengono eliminate nel passaggio da una generazione alla successiva. In questo modo una giovane plantula, ma questo vale anche per noi esseri umani, può iniziare la propria esistenza “dall’inizio”. Da recenti studi sui vegetali si è però compreso che non tutte le informazioni epigenetiche vengono cancellate ma, al contrario, è possibile che alcune vengano trasmesse alla generazione successiva in modo da mantenere una certa “memoria” di quello che è successo alle generazioni precedenti. Ne deriva che questo processo potrebbe avere un ruolo nell’adattamento delle piante alle diverse condizioni di crescita. In altre parole, le piante potrebbero adattarsi alle diverse condizioni ambientali anche grazie alle informazioni epigenetiche ereditate dalle generazioni precedenti.

Alcuni studi hanno mostrato che piante identiche tra loro e discendenti da piante madri vissute in condizioni di stress idrico, tendono a sviluppare da subito un apparato radicale più lungo. Oppure che semi di piante che hanno subito attacchi di insetti defoliatori, danno origine a piante con foglie più pelose, pronte a resistere a futuri attacchi. Un’altra osservazione riguarda piante cresciute all’ombra di numerose infestanti che danno origine a piante capaci di produrre più semi in condizione di ombreggiamento.


Parcelle per la ricerca sull’epigenetica in Emilia-Romagna, primo anno, azienda sperimentale Bagnaresa, Budrio, maggio 2020 # Valentina Moschini/CREA-DC

Queste osservazioni sono state fatte su specie selvatiche o “specie modello” e per il momento si sa ben poco di come e quanto questi fenomeni potrebbero influire sulle produzioni agricole. In questo quadro si può supporre che i semi di una varietà, a seconda dell’ambiente specifico in cui sono stati prodotti, possano generare piante con differenti caratteristiche grazie all’epigenetica. Forse chi autoproduce seme queste cose le ha già intuite ma non è semplice dimostrare da un punto di vista sperimentale. I motivi sono vari, infatti non tutti i caratteri vengono influenzati dai processi epigenetici, inoltre ogni varietà può trasmettere risposte molto diverse alla progenie (addirittura contrastanti!) e talvolta servono varie generazioni di esposizione a una determinata condizione ambientale perché si possano avere effetti misurabili sulle generazioni successive. Infine, la maggior parte dell’informazione epigenetica è rigidamente legata a quella genetica (sequenza di DNA) mentre, al contrario, un’altra parte sembra variare in maniera casuale e slegata dalle condizioni ambientali.

Per questi motivi non è semplice condurre esperimenti che chiariscano quali sono gli effetti prodotti dai meccanismi epigenetici. Le prospettive sembrano comunque molto interessanti e meritano un approfondimento dato che potrebbero migliorare la nostra comprensione sulla produttività di varietà riprodotte anno dopo anno nello stesso ambiente e, più in generale, sulla complessità della vita.

La prova sperimentale iniziata quest’anno prevede di coltivare continuativamente diverse varietà di frumento (tabella 1) – partendo da un identico nucleo iniziale di seme - in ambienti molto differenti. Per questo motivo sono stati allestiti 4 campi di produzione identici in quattro regioni. Le prove sperimentali si trovano in Toscana all’interno del campo catalogo di RSR ospitato dal 2013 dall’Azienda agricola Floriddia, in Sicilia nell’Azienda agricola Li Rosi, in Veneto all’interno del campo di moltiplicazione della Casa delle sementi del Veneto che dall’anno scorso è ospitato nell’Azienda agricola Cortiana e in Emilia-Romagna presso l’Azienda agricola sperimentale Bagnaresa del CREA-DC.

In ogni ambiente la moltiplicazione verrà ripetuta per tre anni usando, in ogni località, sempre il seme ottenuto l’anno precedente. In questo modo eventuali informazioni epigenetiche dovute all’ambiente di coltivazione avranno la possibilità di accumularsi. Il quarto anno verrà eseguito un campo di confronto tra tutte le varietà di frumento provenienti dai 4 campi. Si potranno quindi valutare produttività, morfologia della pianta, profilo genetico ed epigenetico mediante l’utilizzo di marcatori molecolari. Normalmente nel campo di confronto non si dovrebbero osservare grandi differenze all’interno delle singole varietà, ad esempio tra i 4 frassineto coltivati nei 4 differenti ambienti per i 3 anni precedenti. Al contrario, se ci fossero evidenti differenze morfologiche, produttive o epigenetiche, queste potranno essere attribuite a processi di ereditabilità epigenetica indotti dal precedente ambiente di coltivazione.

L’auspicio è che questo esperimento possa contribuire a chiarire come e quanto la variabilità epigenetica indotta dal precedente ambiente di coltivazione possa influire sull’adattabilità e la produttività delle colture in modo da valutare l’importanza di questo fenomeno sulle produzioni agricole e sui sistemi di produzione delle sementi.

# Tommaso Martinelli, ricercatore presso il CREA – Difesa e Certificazione (Firenze)

# Massimiliano Lauria, ricercatore presso l’Ist. di Biologia e Biotecnologia agraria del CNR (Milano)

Studio di un centinaio di varietà locali italiane di lenticchia e prove di miscele varietali per la costituzione di popolazioni di lenticchie

Studio di un centinaio di varietà locali italiane di lenticchia e prove di miscele varietali per la costituzione di popolazioni di lenticchie

La lenticchia è la protagonista di una ricerca sull’agro-biodiversità intraspecifica che dal due anni si sta realizzando sui campi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Tradizionalmente coltivata in Italia, negli ultimi 50 anni la lenticchia ha conosciuto un generale decremento sia delle superfici coltivate che per l’alimentazione umana. Recentemente si sta osservando un aumento dei consumi a livello nazionale, ma questo non è bastato per invertire le tendenze di produzione, tanto che l’Italia importa ogni anno il 98% del suo fabbisogno.

Questa specie, insieme ad altri legumi minori, è molto interessante per diverse ragioni. Da un punto di vista nutrizionale è ricca in proteine ed elementi nutritivi, tra cui ferro e zinco, e il suo profilo amminoacidico è complementare a quello dei cereali. Da un punto di vista agronomico è una coltura che ha una bassa capacità di competere con le infestanti, tuttavia presenta esigenze ridotte in virtù della sua capacità azotofissatrice che la rende una perfetta candidata nella rotazione con colture quali il frumento. Questo ultimo aspetto ha una rilevanza determinante per l’agricoltura biologica in cui la rotazione è pratica imprescindibile per il mantenimento di una buona fertilità del terreno e per il controllo di infestanti e malattie. Inoltre, appare sempre più evidente come un altro compito dell’agricoltura biologica sia quello di promuovere la diversità sia nei campi che in tavola, andando a riscoprire colture e prodotti abbandonati nel periodo della “modernizzazione” agricola ma cruciali alleati per la salute.

È in questo contesto che, insieme ai miei colleghi della Scuola Superiore Sant’Anna e a molti sostenitori che mi hanno aiutata e mi aiutano in questo progetto, dal 2018 studio le differenze tra diverse varietà ed ecotipi di lenticchia nel tentativo di divulgare l’importanza dell’identità genetica di questa coltura.

Questa sperimentazione rientra all’interno del progetto LEGVALUE che è finanziato dall’Unione europea e si occupa di valorizzare le leguminose da granella in diversi paesi europei grazie a programmi di ricerca non solo di tipo genetico e agronomico, ma anche di tipo economico studiandone il mercato ed il loro utilizzo.

La ricerca che sto conducendo è partita dalla valutazione delle potenzialità colturali di un centinaio di varietà locali italiane di lenticchia - tra cui la lenticchia di Calasetta, di Villalba, di Ventotene, di Ustica, di Linosa, di Pantelleria, di Onano, di Viggiano, di Castelluccio - reperite presso agricoltori sparsi sulla penisola, grazie anche all’intervento della Casa delle Sementi di Rete Semi Rurali, e presso alcune banche del seme tra cui CNR di Bari, IPK, ARSIAL, Università di Perugia, Università di Palermo. Il lavoro di studio degli ecotipi italiani è iniziato con una caratterizzazione fenotipica, volta a classificare il materiale in base ad alcuni aspetti quali la grandezza del seme (microsperma ovvero a seme piccolo e macrosperma ovvero a seme grande), l’altezza della pianta, la tendenza ad allettare, la produttività in granella, la quantità di biomassa della pianta, la sensibilità ai patogeni e il contenuto in azoto. Questa caratterizzazione è stata poi accompagnata da una valutazione partecipata di agricoltori, tecnici e studenti per raccogliere le diverse impressioni e valutazioni sulla collezione in campo e suggerire linee di ricerca specifiche con un’attenzione anche alla commercializzazione. Si prevede di concludere il lavoro di caratterizzazione con un’analisi genetica del materiale per poter comprendere più a fondo la natura delle differenze fenotipiche e quindi la loro riproducibilità, oltre che individuare le parentele e le similitudini delle moltissime varietà locali che si coltivano su piccole superfici.


Giornata di valutazione in campo delle parcelle di varietà italiane di lenticchia, Scuola Superiore Sant’Anna, San Piero a Grado, 4 luglio 2019 # E. Lorenzetti/SSSA

Un altro filone fondamentale di questa ricerca è la valutazione della risposta della lenticchia alla tecnica colturale della miscela varietale. Le varietà locali italiane che stiamo studiando e caratterizzando saranno oggetto di un ulteriore esperimento per osservarle non più come coltura pura, bensì come miscugli e provare a capire se migliorano le loro performance quando sono mischiate insieme nello stesso campo. Il prossimo anno, quando il materiale sarà in quantità sufficiente, costituiremo diversi tipi  di miscele scegliendo le lenticchie in base alle loro caratteristiche morfologiche (microsperme e macrosperme, precocità e tardività, ecc..), ai punteggi ricevuti rispetto a differenti tipologie colturali (coltura pura e consociazione) ma anche alle prove di cottura. Quest’anno abbiamo intanto testato delle miscele di varietà commerciali. Quattro tipi di lenticchie microsperme - 2 selezionate e vendute nel centro Italia, la Screziata gialla e la Robin; 2 selezionate e vendute nel sud Italia, la nera e la Turca - sono state coltivate insieme, in diverse combinazioni, per valutarne la produttività, la nodulazione, la risposta alle infestanti, la biomassa e il contenuto in Azoto.

A causa delle limitazioni dovute alla pandemia, quest’anno non siamo stati nella condizione di svolgere le giornate di campo per la valutazione partecipativa e gli approfondimenti sui dati raccolti fino ad oggi. Tuttavia, abbiamo provato a raccontare il nostro lavoro in due brevi video che potete trovare sul canale Youtube della Scuola Superiore Sant’Anna (www.youtube.com/user/ScuolaSantanna/videos). Il primo, dal titolo Miscugli varietali: una prova LEGVALUE sulle lenticchie italiane, racconta la prova sulle miscele varietali. Il secondo, dal titolo Varietà di lenticchie italiane: una prova LEGVALUE sulla biodiversità in campo, mostra la collezione in campo delle varietà locali di lenticchia.

# Elisa Lorenzetti

Dottoranda al gruppo di Agroecologia,

Istituto di Scienze della Vita, Scuola Superiore Sant’Anna

Il girasole: breve storia di una diversità dimenticata… verso la costituzione di una popolazione

Il girasole: breve storia di una diversità dimenticata… verso la costituzione di una popolazione

Dal 2018 Rete Semi Rurali è coinvolta in un progetto finanziato dalla misura 16.2 del PSR della Regione Umbria dal titolo SELIANTHUS ‘Selezione evolutiva e partecipativa di grano e girasole per l’autoriproduzione in agricoltura biologica’. Il progetto è iniziato con il recupero e lo studio di varietà di girasole ormai abbandonate con l’obiettivo di costituire una o più popolazioni in grado di adattarsi ai diversi ambienti di coltivazione del centro Italia e di soddisfare alcune caratteristiche nutrizionali ed organolettiche che rendono il girasole una coltura molto interessante nel mondo del biologico.

Tutte le attività si sono svolte nelle 3 aziende agricole partner: Torre Colombaia di Alfredo Fasola (www.torrecolombaia.it), Melagrani di Fabio Berna (www.melagrani.it) e Janas di Eleonora Satta e Ivan Parisi (www.locandacolleombroso.com).

In questi anni molti sono stati gli aspetti innovativi, dalla ricerca e la rimessa in campo di varietà che si adattano a un contesto di agricoltura biologica tramite l’allestimento di campi di confronto varietale, alla formazione degli agricoltori sulla gestione della semente in azienda, snodo fondamentale per una corretta riappropriazione di un patrimonio varietale abbandonato, fino all’approccio partecipativo delle giornate in campo aperte alla valutazione delle parcelle delle varietà in sperimentazione da parte di agricoltori e altri stakeholder.

Giornata di valutazione e selezione in campo con gli agricoltori presso l’az. agr. Torre Colombaia.
Alfredo Fasola segna con un nastro rosso le piante “migliori”, progetto SELIANTHUS, San Biagio della Valle (PG), 29 agosto 2019 # foto Livia Polegri

Da oltre dieci anni l’azienda agricola Torre Colombaia coltiva la varietà Elena, reperita presso un’azienda dell’est Europa che ancora conserva semente non ibrida, per la produzione di olio spremuto a freddo e di seme decorticato. L’interesse verso questa varietà stava proprio nella sua duplice attitudine: ottima sotto il profilo degli acidi grassi (principalmente acido linoleico, un grasso omega-6) e dal seme grosso e facilmente decorticabile. Il motivo per cui Torre Colombaia ha dovuto rivolgersi così lontano per il reperimento del seme è molto semplice: dall’arrivo degli ibridi in Italia le varietà di girasole sono state completamente abbandonate, tanto da risultare introvabili. Anche le banche del germoplasma e le università italiane non ne conservano pressoché alcuna, eppure il patrimonio varietale di girasole italiano era vasto.

Con l’avvio del progetto Selianthus, RSR si è attivata per richiedere le accessioni di girasole di origine italiana conservate presso alcune banche del germoplasma in Europa e Nord America e in prova presso alcune realtà associative. Nel corso del primo anno siamo riusciti a recuperare 25 varietà di cui: 16 dall’IPK (Germania), 2 dalla USDA (U.S.A), 2 dall’Università di Udine, 3 dall’associazione francese “Agrobio-Perigord” che ha in prova alcune varietà dell’est Europa, 1 dalla ditta sementiera Arcoiris che da qualche anno ha recuperato una varietà dell’est Europa, e 1 da un agronomo abruzzese che ha selezionato e riprodotto in campo un fuoritipo di una varietà che sembra interessante. Nei campi di confronto varietale sono state testate anche alcune varietà reperite in occasione degli scambi semi, purtroppo nessuna di queste era accompagnata da una scheda informativa o tecnica. Le informazioni sull’origine del seme, tuttavia, erano scarse anche per quelli provenienti dalle banche del germoplasma: paese di costituzione o località in cui è stato recuperato il seme, anno di ingresso nella Banca o di introduzione in azienda da parte dell’agricoltore. 

Nel corso delle annate agrarie 2019 e 2020, presso le 3 aziende agricole, sono stati allestiti campi di moltiplicazione della semente. In questo caso, considerato che il girasole è una specie a libera impollinazione, si è proceduto alla moltiplicazione in isolamento spaziale di 3 varietà presso l’azienda agricola Janas - con una distanza minima tra le parcelle di 1000 metri - e in isolamento meccanico di 16 varietà presso l’azienda agricola Melagrani attraverso l’utilizzo di reti antinsetto. Presso l’azienda agricola Torre Colombaia invece è stato allestito un campo sperimentale di 27 parcelle con 7 varietà in prova e 2 ibridi come confronto tramite un disegno randomizzato con 3 repliche.

Grazie al lavoro di sperimentazione e moltiplicazione delle piccole quantità ricevute, nel corso del 2020, è stato possibile distribuire un pò di seme agli agricoltori interessati che abbiamo incontrato nel corso delle attività di campo, raccogliere informazioni agronomiche delle varietà provenienti dalle Banche del Germoplasma e confrontare alcune delle varietà più interessanti tra loro in regime di agricoltura biologica.

La raccolta dei dati è di primaria importanza per poter avviare la costituzione di una popolazione di girasole, siamo quindi partiti dall’individuazione dei parametri considerati di interesse per gli agricoltori coinvolti nella sperimentazione. Questi dati di campo (di tipo agronomico e genetico) saranno opportunamente incrociati con quelli provenienti dalla fase finale del progetto: analisi di laboratorio per la definizione del profilo degli acidi grassi e del contenuto di vitamine, dati di tipo tecnologico sulla facilità della decorticazione, dati di tipo produttivo e organolettico sulla resa e la qualità dell’olio.

I principali dati di campo rilevati sulle varietà testate sono stati:

  1. Precocità. Questo è forse il parametro più importante perché definisce i giorni che intercorrono tra la semina e la fioritura. In un ambiente di bassa collina del Centro Italia, dove raramente le aziende possono ricorrere all’irrigazione, è fondamentale concentrarsi su varietà precoci o medio precoci e scartare quelle tardive, in modo che il periodo molto delicato della fioritura non si trovi in corrispondenza della stagione più secca;
  2. Altezza della pianta e grandezza della calatide. Questi due parametri andrebbero considerati congiuntamente perché una vigoria troppo elevata della parte vegetativa della pianta potrebbe andare a scapito della grandezza della calatide. Allo stesso tempo una calatide grossa e pesante potrebbe spezzare un fusto troppo alto, alcune delle varietà testate hanno raggiunto i 2,5 m di altezza;
  3. Numero e grandezza dei semi (acheni). Questi due parametri sono ovviamente collegati alla produttività ma anche alla facilità di decorticazione.

L’analisi dei dati di questi parametri - raccolti nel corso dei due anni - è alla base di considerazioni che portano all’individuazione di quelle varietà che riuniscono il maggior numero di requisiti richiesti, solo a quel punto si potrà procedere alla costituzione di popolazioni attraverso il loro incrocio. In seguito, sarà necessario valutare l’adattamento di una nuova popolazione a contesti ambientali e agricoli differenti. Un percorso certamente lungo ma che ci trova ad un buon punto grazie alla realizzazione di questo progetto che non potrà che essere il punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

Note sulla diffusione del riso in Italia

Note sulla diffusione del riso in Italia

La coltivazione del riso in Italia, così come oggi è conosciuta negli usi, negli areali e nei metodi di coltivazione, è un fenomeno relativamente recente. Il riso fu portato dagli Arabi in Sicilia già nei primi secoli dopo Cristo, quale tappa di un cammino che ha diffuso questa specie dalle zone di domesticazione in Indocina fino al Mediterraneo. Consumato come farina, fino al 1100 il riso era molto commercializzato ma poco coltivato, soprattutto come produzione di “sussistenza” negli areali che ne permettevano la crescita: aree umide e acquitrinose, piane e foci dei fiumi dalla Sicilia, alla Calabria, alla Campania. Era coltivato prevalentemente come coltura di secondo raccolto. Per molti secoli il consumo del riso fu associato all’utilizzo in farmacopea come piante medicinale e nell’uso della pasticceria nobile. La specie si è poi diffusa quale “spezia e medicamento” in Toscana sotto le Signorie dei Medici (dove si hanno notizie di una coltivazione nei dintorni di Pisa verso la metà del XIII secoli), nel Lazio e nelle Marche fino in Lombardia e Veneto. La diffusione fu quindi inizialmente favorita dagli “speziali”, attraendo l’interesse dei “Ducati” e delle “Repubbliche” del Nord Italia. Fu sotto gli Sforza e nella Repubblica di Venezia che, dalla fine XV secolo, il riso inizierà ad essere coltivato in maniera massiva, trovando un proprio areale eletto nelle zone fluviali non ancora bonificate degli affluenti nella sponda nord del fiume Po.

La coltivazione risicola si consolidò tra Lombardia e Piemonte, nell’area dell’attuale Lomellina, dove le bonifiche permisero l’installazione delle prime risaie ad opera di Ludovico il Moro.

Dopo una prima rapida espansione delle superfici coltivate sotto il dominio spagnolo (50.000 ettari), la coltivazione del riso regredì notevolmente. Le evidenze empiriche sullo stato sanitario delle zone risicole collegavano la diffusione di questo cereale con l’espansione del fenomeno del “paludismo” (malaria). Di conseguenza, progressivamente le coltivazioni vennero strettamente regolamentate e i campi allontanati dai luoghi abitati, sfavorendone la coltivazione.

Il riso, specie molto produttiva e alimento di facile digeribilità, divenne di nuovo popolare nel Settecento; la diffusione di più evolute tecniche di coltivazione e il miglioramento delle pratiche di pulizia delle cariossidi, lo fecero diventare, insieme al mais, parte della risposta alle gravi carestie che affamarono i ceti popolari in quel periodo. Con il diffondersi della coltura del riso, compaiono anche le prime pubblicazioni dedicate alla coltivazione e promozione di questo cereale. È attraverso questa prima produzione manualistico-letteraria, redatta in forma di brevi pamphlet, che si promuove la circolazione delle “buone tecniche” agronomiche, soprattutto tra Francia e Piemonte Sabaudo (che condividevano l’uso della lingua), poi tra Lombardia e Veneto. Nel 1758 il libro La coltura del riso del marchese Gian Battista Spolverini di Verona identifica già le malattie del “brusone” o “carbonchio” (Pyricularia) e la competizione con il “sorgo d’acqua” (giavone) come elementi problematici per assicurare una buona resa di questa coltura.

La suscettibilità al brusone, insieme alla necessità di rispondere all’espansione della domanda europea del riso, divenne uno degli elementi che promossero il rinnovamento varietale. Accanto alle varietà di riso locale - genericamente identificate come “nostrale” ma già classificate per scopi commerciali in base alle caratteristiche morfologiche: barbato, giallo, unghia, odoroso - vennero introdotte anche varietà “esotiche” - altrettanto genericamente identificate come “cinesi” o “chinesi” o “d‘oltremare” - provenienti dalla Francia, dall’Egitto, dal Madagascar. A titolo di esempio citiamo le iniziative intraprese nel 1839 dal missionario Calleri che, furtivamente, dalle Filippine importò in Piemonte 43 accessioni di riso - tutte denominate anonimamente “chinese” - e poi “nel 1844 l’importazione, via Trieste, di un’altra (varietà ndr) di Cinese proveniente dall’America” e ancora “nel 1892 di un terzo Cinese (varietà ndr), sempre proveniente dalla Carolina del Sud”.

Accanto all’introduzione varietale si moltiplica la produzione di materiale divulgativo dedicato al miglioramento delle tecniche di coltivo e al contenimento delle malattie - ad esempio il Saggio sul Riso Bertone redatto da Carlo Ormea nel 1833 - ma anche al miglioramento della salubrità degli areali e dei modi di coltivazione come il saggio di Giovanni Capsoni (1831) Della influenza delle risaje sulla salute umana. Questi testi, a carattere pratico-letterario superavano la disciplina agronomica per compendiare temi sanitari e commerciali.

Negli anni successivi la pratica di coltivazione del riso assume un carattere più “disciplinare”, la cultura viene descritta in maniera esaustiva e con intenti divulgativi in compendi enciclopedici dedicati alle specie agrarie. Nel Trattato completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni scientifiche e pratiche del dottor Gaetano Cantoni (1855) le varietà coltivate sono già dettagliate e classificate con nomi derivanti da toponimi (es. Riso Novarese, Riso d’Ostiglia), con riferimento allo “sconosciuto” costitutore (es. Riso Fantoni), della morfologia distintiva della varietà (es. Riso senza barbe). La circolazione sempre più capillare di queste informazioni agevola e rende più efficace il lavoro dei primi costitutori, che per molto tempo continueranno ad essere gli stessi risicoltori. Attraverso il loro lavoro di selezione “in campo” della diversità delle varietà locali si sono selezionati i capostipiti delle varietà disponibili ancora oggi. È il caso di Vitale Ranghino di Oldenico, (Vercelli) che nel 1887 seleziona la varietà che porta il suo nome e che progenitore della più conosciuta varietà del Vialone Nero o la varietà Greppi (1906), selezionata da Guglielmo Greppi di Casanova Elvo (Vercelli).

Nel 1908 la fondazione dell’Istituto di Risicultura Sperimentale di Vercelli offre la possibilità di lavorare in maniera sistematica sulla selezione e l’ibridazione del riso su vasta scala. Tra i primi risultati si menziona la selezione del Dellarole (1912) del Chinese Originario, Lencino e del Nero di Vialone (1915), quest’ultimi alla base della costituzione del Carnaroli. I progressi della “genetica” e le soluzioni agrotecniche “moderne” (negli stessi anni iniziano le sperimentazioni della tecnica di trapianto del riso) non arrestano la stagione di protagonismo degli agricoltori nella selezione in campo delle varietà. Emblematica è stata la collaborazione tra l’Istituto di Vercelli e la “comunità” di agricoltori della Baraggia” (Consorzio di Bonifica tra Biella e Vercelli ndr). Tra gli altri ricordiamo l’esperienza di agricoltori come Silvio Baldi di Salussola (Biella) che porta a selezionare la varietà Rosso Gorei (1922), Giuseppe Barbero di Oldenico (Vercelli) padre della varietà Barbero (1929), Domenico Marchetti che costituisce il riso Arborio (1946), e poi il lavoro di Pietro Corbetta di Rovasenda con il Precoce Corbetta (1954) e ancora Marchetti che nel 1964 seleziona la varietà Rosa Marchetti, riso caratterizzato dalla cariosside piccola e dal ciclo precoce, “battezzato” dal costitutore in onore della moglie Rosa. In quegli anni la produzione italiana si attesterà intorno ai sette milioni di tonnellate su una superficie coltivata di 130-140 mila ettari.

di Giuseppe De Santis, Daniela Ponzini, Mara Stocchi

Le popolazioni di avena nuda e vestita per riscoprire un cereale poco coltivato

Le popolazioni di avena nuda e vestita per riscoprire un cereale poco coltivato

Avena nuda in fioritura presso i campi sperimentali del CREA-CI, Bergamo foto R. Redaelli/CREA

L’interesse per l’avena degli ultimi anni è dovuto alla riscoperta del suo valore nutrizionale tanto da diventare un ingrediente molto diffuso negli alimenti destinati a persone sovrappeso o con intolleranze alimentari. Presso la sede di Bergamo del Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA da oltre 20 anni sono presenti attività di ricerca sull’avena, comprendenti diversi aspetti: miglioramento genetico, coordinamento di prove varietali nazionali, mantenimento e caratterizzazione chimica della collezione conservata nella banca del germoplasma. La collezione comprende circa 1000 tipi di avena acquisite a partire dagli anni ’80 attraverso collaborazioni e scambi con istituzioni che ne mantengono un vasto germoplasma come il Vavilov Research Institute in Russia e il Department of Agriculture negli Stati Uniti. Le specie di avena si distinguono in forme selvatiche e coltivate con numero di cromosomi differente: diploidi (14 cromosomi, soprattutto le selvatiche), tetraploidi (28) o esaploidi (42). La tabella 1 mostra la collezione di Bergamo in base alle differenti specie e sottospecie.

Tabella 1 - La collezione di avena della stazione di Bergamo del CREA

L’avena, grazie alla sua capacità di adattamento a condizioni di coltivazione a basso input, è interessante per le aziende con terreni marginali e nell’ottica di una agricoltura sostenibile e diversificata. Le varietà di avena a seme nudo in particolare sono richieste come materia prima di qualità per l’industria alimentare.

Per offrire agli agricoltori la possibilità di provare a coltivarla nelle loro aziende, sono state costituite due popolazioni, una con varietà a seme vestito e l’altra a seme nudo, tenendo presente dal 2014 esiste per l’avena la possibilità di commercializzare materiali eterogenei. La realizzazione di questa sperimentazione è stata affidata a Rete Semi Rurali, con cui nel 2017 si era avviata una collaborazione di miglioramento genetico partecipativo sul mais, e che include nei suoi contatti un numero elevato di aziende agricole in ambienti pedoclimatici molto differenti.

CARATTERISTICHE CHIMICHE E NUTRIZIONALE DELL'AVENA
I semi di avena sono interessanti a livello nutrizionale per l’elevato contenuto di proteine (14-20%) di buon valore biologico - alta presenza di lisina e triptofano - e bassa % di proteine del glutine. Hanno un elevato contenuto di lipidi (2-8%), in particolare acido oleico e linoleico, e di fibra solubile (β-glucano al 2-6%) che riduce il livello di colesterolo nel sangue. Sono presenti anche vitamina E, antiossidante, e le avenantramidi, antinfiammatorie. Nell’industria alimentare si usa prevalentemente l’avena a seme nudo che non richiede decorticazione. La composizione chimica del seme la rende molto utilizzata nei prodotti cosmetici con caratteristiche emollienti e ipoallergeniche.

Popolazione di avena a seme nudo

La popolazione a seme nudo è stata ottenuta mescolando 42 tipi differenti di avena: 31 varietà, 3 avene di origine sconosciuta, 9 linee provenienti da incroci e i semi della settima generazione (F7) di un incrocio tra sativa e nudisativa. Le vecchie varietà di avena nuda sono caratterizzate da semi molto leggeri con basse rese, da tardività e da culmi lunghi e suscettibili di allettamento. I programmi di breeding realizzati in alcuni paesi del Nord Europa hanno ottenuto varietà a taglia bassa, fioritura più precoce e semi più grandi. Le varietà che sono state scelte per questa popolazione hanno piante medio-lunghe e fioritura medio-tardiva, con semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 20 e i 32 grammi) con origini differenti (figura 1), oltre alle 3 varietà italiane.

Popolazione di avena a seme vestito

La popolazione di avena a seme vestito è stata ottenuta mescolando 36 tipi differenti di avena: 28 varietà, 5 linee americane e i semi di 3 incroci realizzati dal CREA. La maggior parte delle avene appartiene alla specie sativa che è la più diffusa nel mondo e coltivata in moltissimi ambienti differenti. A. sativa presenta una grandissima variabilità a livello di struttura della pianta (lunghezza e portamento del culmo), epoca di fioritura (da precoce a tardiva), forma della pannocchia (a piramide o laterale), dimensione e caratteristiche del seme (presenza o assenza di reste, colore delle spighe da bianco a giallo, rosso o nero). Per la popolazione sono state scelte varietà che rappresentassero al meglio questa variabilità, principalmente con piante medio-lunghe, fioritura medio-tardiva, semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 28 e i 47 grammi). Sono state inserite anche due varietà di A. byzantina, caratterizzata da semi rossi, e due varietà di A. strigosa, specie diploide coltivata per foraggio con culmo allungato e semi piccolissimi. Gli incroci sono sativa x nudisativa (semi della nona generazione - F9), sativa x byzantina (semi della terza generazione - F3) e sativa x nudisativa x byzantina.

Figura 1 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme nudoTabella 2 _ Abbreviazioni dei Paesi di origine delle varietàFigura 2 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme vestito
UN PO' DI STORIA
L’Avena comprende specie coltivate, selvatiche e infestanti presenti in tutti i continenti. Il suo centro di origine è l’Asia Minore. Per Greci e Romani era meno importante di orzo e grano, tuttavia Ippocrate e Galeno la considerano un medicinale per tosse e pelle. Nel Medioevo era coltivata come foraggio in rotazione con il grano su suoli acidi e poveri. L’uso per l’alimentazione variava in base a periodo e regione perché meno nutriente di frumento e patate, erano l’alimento della gente povera in nord Europa. Gli arabi la introdussero in Spagna come alimento per cavalli. Con i navigatori spagnoli e inglesi, l’avena partì verso le Americhe. Il Capitano B. Gosnold la seminò sull’isola di Cuttyhank in Massachussetts. Le prime coltivazioni risultarono però poco redditizie. Verso la fine del XIX sec. i mulini cominciarono a venderne la farina per la colazione, utilizzo ancora molto importante negli Stati Uniti. Anche in Italia l’avena ha avuto un ruolo marginale, si coltivava come alimento per cavalli, per questo le superfici coltivate sono drasticamente diminuite dopo gli anni ’50 e la specie è rimasta esclusa dai programmi di miglioramento genetico. Nel Registro varietale italiano erano iscritte meno di dieci varietà. Solo nel 2000 sono state attivate nuove ricerche che hanno portato al rilascio di varietà a taglia più bassa e maggiori rese. Alla fine del 2018 le avene iscritte al Registro erano 25. Ancora più trascurabile è stata la storia dell’avena nuda (A. sativa ssp. nudisativa) con una sola varietà iscritta, Nave, molto alta con semi piccoli. Nel 2009, grazie al lavoro del CREA di Bergamo, sono state registrate 2 nuove varietà, Irina e Luna.

Rita Redaelli,

Ricercatrice presso il Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA