Non potevamo aprire il 2020 senza una riflessione sulle politiche sulla biodiversità e in particolare sulla parte che ci interessa da vicino: la diversità agricola. Infatti, il 2020 era stato indicato come l’anno entro cui arrestare la perdita di biodiversità a livello globale: la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB - www.cbd.int) nel 2010 aveva adottato il Piano Strategico per la Biodiversità (PSB) per il periodo 2011-2020, un quadro generale che avrebbe dovuto essere integrato in tutte le politiche delle Nazioni Unite e diventare operativo grazie ai piani d’azione nazionali. Per rispondere a questa esigenza, nel maggio 2011 l’Unione Europea aveva lanciato la sua Strategia sulla Biodiversità fino al 2020. L’obiettivo era molto ambizioso: “porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo dell’UE per scongiurare la perdita di biodiversità a livello mondiale”. Questa strategia, suddivisa in 6 obiettivi e 10 azioni, ha anche due capitoli dedicati alla conservazione della diversità genetica in agricoltura. Nel febbraio 2016, purtroppo, il Parlamento Europeo ha dovuto riconoscere il fallimento di questa strategia, prendendo atto dagli indicatori analizzati che con gli andamenti attuali nessuno degli obiettivi sarà raggiunto alla scadenza prevista. E, infatti, nel 2019 l’Unione Europea ha cominciato a mettere in avanti le lancette, individuando un più lontano 2050 come nuovo orizzonte temporale. Ma perché gli obiettivi non sono stati raggiunti? Erano veramente troppo ambiziosi?
Forse, ma uno dei motivi del fallimento va ricercato nel sistema di governance politico, come emerge con chiarezza in alcuni dei commenti del Parlamento europeo: la mancanza di coerenza tra le varie politiche settoriali, la mancata applicazione nazionale e la non integrazione del tema della biodiversità nelle politiche non strettamente ambientali sono indicati come problemi da risolvere. La biodiversità per sua natura, infatti, attraversa vari domini, dall’ambiente, all’agricoltura, passando per il commercio e lo sviluppo economico, ma la nostra pubblica amministrazione è ancora organizzata per settori che si parlano con difficoltà. Costruire una visione comune e di conseguenza delle politiche pubbliche si sta dimostrando molto difficile: richiede un cambiamento culturale e una comune percezione di quali siano le priorità tra settori diversi. Ad esempio, chi decide se vale di più mantenere un sistema agricolo diversificato con siepi e bordure o ridurre il campo coltivato a un terreno sterile mantenuto artificialmente in vita da erbicidi, fertilizzanti e fungicidi? Come si capisce non è scelta facile che possa essere resa oggettiva da adeguate prove scientifiche.
Ecco cosa ci insegna la scadenza mancata del 2020: abbiamo una mole di dati scientifici a disposizione sulla scomparsa e l’importanza della biodiversità, abbiamo elaborato una serie di indicatori molto sofisticati per studiarla e monitorarla (vedi gli Obiettivi di Aichi promossi nel 2010 dalla CBD), i cittadini europei sono sempre più consapevoli di questa tematica (vedi i risultati dell’Eurobarometer 2019), ma tutto ciò non si traduce in politiche efficaci che modifichino le tendenze attuali.
Se la biodiversità non se la passa tanto bene, anche quella agricola non gode di buona salute. In parallelo a questo lavoro svolto prevalentemente dai ministeri dell’ambiente dei vari paesi e relativo all’implementazione della CBD, a livello internazionale esiste un accordo specifico che tratta della diversità agricola: il Trattato FAO sulle risorse genetiche vegetali (RGV) per l’agricoltura e l’alimentazione (www.planttreaty.org). L’ultima riunione del suo Organo di Governo, tenutasi nel novembre 2019 a Roma, ha messo in evidenza le difficoltà già citate per la CBD: assenza di visione generale e estrema specializzazione settoriale dei negoziatori hanno portato ad uno stallo della sua operatività. CBD e Trattato, anche se sono pensati come due strumenti che dovrebbero supportarsi a vicenda, soffrono della dicotomia tra agricoltura e ambiente e della mancanza di integrazione delle politiche tra questi settori.
La situazione in Italia
Vediamo ora cosa succede in Italia, analizzando il sistema agrobiodiversità nazionale a partire dalle competenze delle nostre istituzioni pubbliche per finire con un’analisi della recente legge 194/2015 sulla biodiversità agricola.
Una prima competenza è ovviamente del Ministero della Politiche Agricole Alimentari e Forestali (MiPAAF), condivisa però con tutte le Regioni e le Province autonome, in forza del Titolo V della Costituzione la cui ultima riforma in senso più decentrato è avvenuta nel 2001. Il Trattato FAO è stato recepito dalla legge 101/2004 che da competenza alle Regioni su uso sostenibile e conservazione della diversità agricola, diritti degli agricoltori, creazione del sistema multilaterale di scambio e accesso facilitato alle RGV (gli articoli 5, 6, 9, 11 e 12), con obbligo di relazione annuale al ministero che ha la responsabilità di presentare il quadro nazionale. Nel 2008 la Conferenza Stato Regioni ha approvato il Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agrario (PNBA), che include un programma in tre fasi:
A) redazione delle linee guida nazionali; B) analisi di varietà e razze animali identificate dalle Regioni; C) attivazione dell’Anagrafe nazionale e del sistema di tutela e valorizzazione.
Nel luglio 2012, dopo un lavoro di 2 anni di un gruppo di 30 esperti, sono state pubblicate le Linee Guida per la Conservazione e la Caratterizzazione della Biodiversità di interesse agrario per dare una comune metodologia a livello nazionale su questo tema (http://planta-res.politicheagricole.it/pages/index.php). Le fasi B e C, come vedremo, sono diventate di competenza della legge 194. Il MiPAAF si occupa anche della legislazione sementiera e gestisce il catalogo varietale, ivi compreso la parte sulle varietà da conservazione. Inoltre, il MiPAAF vigila sul Consiglio per la Ricerca in Agricoltura l’analisi dell’Economia Agraria (CREA), i cui centri sparsi sul territorio gestiscono banche delle sementi delle diverse specie agrarie. Il CREA-DC (ex-ENSE) si occupa di certificazione e iscrizione varietale.
Massimo Angelini al Convegno di presentazione ufficiale delle "Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse per l'agricoltura" _ Bologna, 21 novembre 2012
Una seconda competenza ricade sotto il Ministero dell’Ambiente, cui spetta la traduzione nazionale della CBD, ratificata dall’Italia nel 1994. In questo ambito è stata elaborata nel 2010 la Strategia Nazionale per la Biodiversità (SBN), il cui ultimo rapporto sullo stato di attuazione è stato redatto nel biennio 2015-2016, con due specifiche aree di lavoro su risorse genetiche (incluse quelle agricole) e agricoltura. In particolare, questo ministero ha la responsabilità di gestire l’accesso e la ripartizione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche (ABS) così come stabilito dal Protocollo di Nagoya, uno degli accordi secondari della CBD entrato in vigore nel 2014.
Una terza competenza è del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), che si occupa della protezione delle varietà vegetali attraverso i vari strumenti di proprietà intellettuale (privativa vegetale, marchi e brevetto) e della loro relativa iscrizione al catalogo nazionale e comunitario (si tratta di un catalogo diverso da quello varietale gestito dal MiPAAF per la commercializzazione delle sementi, per cui una varietà protetta risulta iscritta a due cataloghi: uno per la commercializzazione delle sementi e uno per la privativa vegetale). L’Ufficio Brevetti e Marchi del MISE rappresenta l’Italia nel Consiglio dell’Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali con sede ad Angers (www.cpvo.europa.eu - Francia) e anche all’interno dell’Ufficio Europeo sul Brevetto con sede a Monaco (www.epo.org - Germania).
Una quarta competenza ricade sotto il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), che tramite le università e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) gestisce le molte collezioni pubbliche di risorse genetiche agricole conservate nelle loro banche. Ad esempio, la più grande banca italiana per numero di accessioni conservate, quella con sede a Bari, appartiene all’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR (www.ibbr.cnr.it).
Una quinta competenza è delle Regioni che gestiscono i Piani di Sviluppo Rurale (PSR) della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e quindi le relative misure di supporto alla conservazione delle risorse genetiche vegetali e animali (misure 10.1 e 10.2). Si tratta di circa 160 milioni di euro a disposizione nel periodo 2014-2020. Nel 2016 lo stesso Parlamento europeo, nella nota sulla revisione di medio termine della Strategia sulla Biodiversità, chiedeva agli Stati membri di migliorare questo strumento con l’obiettivo di promuovere in maniera più efficace l’uso sostenibile della diversità agricola, riconoscendo l’assenza di progressi misurabili delle azioni adottate nei PSR. In pratica un fiume di soldi di cui è difficile valutare il reale impatto sulla diversità agricola. Ma le Regioni hanno anche altre responsabilità: alcune hanno adottato specifiche legislazioni regionali di tutela dell’agrobiodiversità (vedi tabella) e tutte sono il tramite attraverso cui le domande di iscrizione delle varietà da conservazione devono passare prima di arrivare al Ministero. Inoltre, come vedremo giocano un ruolo chiave nell’implementazione della legge 194.
Avere così tante competenze ripartite, o meglio disperse? Tra dicasteri e uffici diversi fa sì che sia difficile partorire una visione strategica comune sull’agrobiodiversità a livello nazionale, perché i vari attori istituzionali hanno la tendenza a non comunicare e a non elaborare politiche integrate: Agricoltura, Ricerca e Ambiente, Ministeri, Regioni ed Enti locali, tutti si contendono il tema e le competenze (e quindi i soldi quando ci sono..), in un grande valzer in cui ognuno resta a difesa della sua trincea, con poca cura dell’efficacia generale del sistema. Per capire quanto è difficile integrare la biodiversità nelle istituzioni e produrre politiche che rispondano ad una visione comune bastano due esempi. Primo, per arrivare a elaborare la SBN sono stati necessari circa 15 anni dalla ratifica della CBD, spesi nel tentativo di trovare una sintesi tra Agricoltura e Ambiente, mentre la redazione del PNBA e relative Linee Guida hanno richiesto solo (!) 8 anni forse perché non hanno avuto la partecipazione attiva dell’Ambiente. Secondo, l’Italia non ha ancora reso operativo il Protocollo di Nagoya convertendo in legge il Regolamento UE 511/2014, procedura estremamente complicata che ha visto Agricoltura e Ambiente su posizioni opposte prima di arrivare ad un compromesso, tanto che l’Italia è stata richiamata alla Corte di Giustizia Europea per questa inadempienza. In conclusione, possiamo affermare che il nostro sistema politico e amministrativo non si è ancora riorganizzato per integrare la biodiversità in maniera transettoriale.
Diversità di spighe di Orzo
La legge 194/2015
In questo panorama arriva nel 2015 la legge 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, approvata dopo un percorso parlamentare di 6-7 anni avvenuto in parallelo a quanto succedeva nel PNBA. Cerchiamo di capire se ha semplificato chiarendo ruoli e responsabilità o se ha aggiunto un altro livello di burocrazia al sistema già alquanto barocco.
CBD
Convenzione sulla Diversità Biologica
CCES
Centri di Conservazione ex-situ
CNR
Consiglio Nazionale delle Ricerche
CPVO
Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali
CREA
Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l'analisi dell'Economia Agraria
ENSE
Ente Nazionale Sementi Elette
EPO
Ufficio Europeo sul Brevetto
MiPAAF
Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali
MISE
Ministero dello Sviluppo Economico
MIUR
Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
PAC
Politica Agricola Comunitaria
PNBA
Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agrario
PSB
Piano Strategico per la Biodiversità
PSR
Piano di Sviluppo Rurale
RGV
Risorse Genetiche Vegetali per l'Agricoltura e l'Alimentazione
SBN
Strategia Nazionale per la Biodiversità
GLOSSARIO
L’impianto della legge riprende quello della legge regionale della Regione Toscana e si articola negli elementi indicati nella figura 1.
Ecco l’iter che deve seguire una risorsa per essere iscritta all’Anagrafe nazionale (esistono anche quelle periferiche gestite dalle Regioni): domanda alla Regione che tramite la sua Commissione Tecnico-Scientifica, prevista dalla legge regionale, o il Nucleo di Valutazione, se non ha una legge regionale ad hoc, verifica il dossier e lo trasmette al MiPAAF. A questo punto in 30 giorni il Ministero chiude l’istruttoria e emana apposito decreto per l’iscrizione. Una regione che ha una legge regionale finisce per avere: il repertorio regionale, l’anagrafe nazionale e, in ultimo, la sezione del catalogo sementiero dove iscrivere le varietà da conservazione: si corre il rischio di perdersi per strada nel tentativo di capire dove incasellare una varietà!
Percorso simile deve seguire l’agricoltore per diventare “custode” ed essere iscritto nella Rete Nazionale: domanda alla Regione e poi iscrizione da parte del MiPAAF. Le varie banche delle sementi attualmente operanti, siano esse afferenti al MiPAAF o al MIUR, devono fare una specifica domanda al MiPAAF per diventare Centri di Conservazione ex-situ (CCES) secondo la legge 194 e, finalmente, far parte della Rete Nazionale. Ovviamente l’iscrizione da parte del Ministero è soggetta al previo parere positivo delle Regioni che devono verificare: i) iscrizione nell’Anagrafe nazionale della risorsa genetica per la quale si propone la conservazione presso il CCES, ii) reale possesso dei requisiti del CCES, iii) presenza delle dichiarazioni di assunzione degli impegni da parte del CCES (vedi allegato 3 del DM 10400 del 24/10/2018).
Finite tutte queste pratiche dovrebbero esistere l’Anagrafe e la Rete, gestita direttamente dal MiPAAF, con membri agricoltori custodi (singoli o associati) e CCES. Ovviamente il tutto sarà soggetto a un controllo “standardizzato e partecipato” definito da un futuro decreto del Direttore Generale dello Sviluppo Rurale previo parere del Comitato Permanente, istituito dall’articolo 8. Ad oggi l’Anagrafe è popolata con gli elenchi delle regioni Toscana, Umbria, Marche, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. La legge prevede anche di creare il Portale Nazionale della Biodiversità di interesse agricolo e alimentare (art. 5) dove far confluire le informazioni delle singole banche dati. Nei prossimi mesi sapremo se tale portale andrà ad integrarsi a quello già esistente del MiPAAF (Planta Res - http://planta-res.politicheagricole.it/pages/index.php) o se sarà creata un’altra piattaforma.
LEGGI REGIONALI SULL'AGROBIODIVERSITA'
Regione
Riferimenti
Titolo dispositivo
Abruzzo
Delibera Giunta Regionale n. 1050 del 28 dicembre 2018 in attuazione della Legge n. 194 del 1 dicembre 2015
Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare e Decreti applicativi e delle LLRR n. 64/2012 e n. 34/2015
Basilicata
L.R. del 14 ottobre 2008, n. 26
Tutela delle risorse genetiche autoctone vegetali ed animali di interesse agrario
Calabria
L.R. del 25 maggio 2018, n. 14
Tutela, conservazione, valorizzazione della diversità del patrimonio di varietà, razze e ceppi microbici di interesse agrario e alimentare del territorio calabrese
Campania
L.R. del 19 gennaio 2007, n. 1, art. 3 Regolamento 3 luglio 2012, n. 6
Regolamento di attuazione dell’articolo n. 33 della legge regionale 19 gennaio 2007, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania - Legge Finanziaria regionale 2007), per la salvaguardia delle risorse genetiche agrarie a rischio di estinzione
Emilia Romagna
L.R. del 29 gennaio 2008, n. 26
Tutela del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario del territorio emiliano-romagnolo
Friuli Venezia Giulia
L.R. del 22 aprile 2002, n. 11
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario e forestale
Lazio
L.R. del 1 marzo 2000, n. 15
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario
Lombardia
Decreto del 11 ottobre 2013, n. 9167
Procedura per la presentazione e l’istruttoria delle domande di iscrizione alla sezione delle varietà da conservazione del registro nazionale delle varietà di specie agrarie e ortive
Marche
L.R. del 3 giugno 2003, n. 12
Tutela delle risorse genetiche animali e vegetali del territorio marchigiano
Piemonte
L.R. del 22 gennaio 2019, n. 1, art. 44
Riordino delle norme in materia di agricoltura e sviluppo rurale
Puglia
L.R. del 11 dicembre 2013, n. 39
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico
Sardegna
L.R. del 7 agosto 2014, n. 16
Norme in materia di agricoltura e sviluppo rurale: agrobiodiversità, marchio collettivo, distretti
Sicilia
L.R. del 18 novembre 2013, n. 19
Tutela e valorizzazione delle risorse genetiche ‘Born in Sicily’ per l’agricoltura e l’alimentazione
Toscana
L.R. del 16 novembre 2004, n. 64
Tutela e valorizzazione del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario, zootecnico e forestale
Umbria
L.R. del 4 settembre 2001, n. 25
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario
fonti: www.gazzettaufficiale.it
Ma qual è il motivo di far parte della Rete? Uno dei più importanti viene individuato nella possibilità di far circolare le risorse genetiche tra i membri della Rete: gli agricoltori e i CCES. Così recita il DM: “Al fine di garantire un uso durevole delle risorse genetiche tra i soggetti aderenti alla Rete è consentita la circolazione, senza scopo di lucro e nell’ambito locale di riferimento della risorsa genetica, di una modica quantità di materiale di riproduzione […]. Il Ministero, su proposta del Comitato permanente per la biodiversità di interesse agricolo e alimentare, definisce la modica quantità di materiale di riproduzione e propagazione di risorse genetiche vegetali, con riferimento alla singola specie, intesa come la quantità necessaria a mantenere l’interesse per le varietà locali a rischio di estinzione o di erosione genetica iscritte nell’Anagrafe nazionale e far conoscere e valorizzare le caratteristiche culturali di quest’ultime. Con successivo decreto del Direttore Generale dello sviluppo rurale si provvederà a definire le modiche quantità”.
Nasce, però, spontanea una domanda: se stiamo parlando di risorse genetiche in pubblico dominio conservate ex-situ da soggetti statali la norma di riferimento per l’accesso è il Trattato FAO, che bisogno c’è di mettere in piedi un simile castello di carte? Le risorse, cioè, dovrebbero essere disponibili previa firma dell’Accordo Standard di Trasferimento Materiale previsto dal Trattato, in quanto facenti parti del sistema multilaterale. Inoltre, se sono passati 5 anni prima di avere le modalità operative della Rete, quanti ne dovranno passare per avere il decreto che stabilisce le modiche quantità per ogni specie e quindi, infine, vedere l’operatività della circolazione?
Tavola pomologica di varietà rare e antiche del Vivaio Belfiore in esposizione a LiberaSemina, Firenze, 28 aprile 2019 _ foto R. Bocci
E per un agricoltore quale potrebbe essere il vantaggio di diventare “custode” secondo la legge 194? Per rispondere prendiamo spunto da quanto scritto dalla Regione Toscana nel rapporto “Tutela e valorizzazione dell’agrobiodiversità vegetale e animale in Toscana: analisi e indicazioni di policy”, pubblicato nel 2019, dove si individuano i seguenti punti: “i) riconoscimento a livello nazionale del ruolo di “custode” dell’agrobiodiversità in un determinato territorio; ii) possibilità di utilizzo di un marchio nazionale di “Agricoltore Custode” o “Allevatore Custode”, di gestione del MiPAAF; iii) una possibile facilitazione per la partecipazione ai premi e ai contributi delle misure dei PSR in materia di risorse genetiche; iv) una possibile facilitazione per la partecipazione a progetti regionali, nazionali e europei sulla tutela dell’agrobiodiversità; v) il riconoscimento di Agricoltore o di Allevatore custode nel sistema nazionale non ha nessun costo”. Come si vede manca una forte attrattiva economica o sociale, e la gratuità non deve trarre in inganno: tutte le risorse pubbliche necessarie per far funzionare il meccanismo burocratico sono risorse mancate per azioni concrete di sviluppo rurale. Alla fine, la motivazione maggiore può venire dal fatto di accedere alle misure specifiche del PSR che finanziano gli agricoltori custodi, o, in futuro, dal fatto che solo questi agricoltori potranno avere accesso a deroghe specifiche all’uso di varietà locali per ricevere finanziamenti su altre misure, come il biologico e l’integrato, o essere autorizzati a scrivere il nome della varietà coltivata nell’etichetta del prodotto.
Rispetto a quelli che vengono definiti Centri di Conservazione ex-situ (CCES), la procedura prevista si configura come un ulteriore appesantimento burocratico a loro carico, aggiungendo un livello di controllo senza costruire un sistema unitario tra le banche del MiPAAF e quelle del MIUR: tutte dovranno essere “verificate” anche dalle Regioni, secondo le indicazioni contenute nell’allegato 3 del DM 10400/2018. Resta poco chiaro cosa ci possano guadagnare in termini di efficacia e riduzione delle duplicazioni.
Sul tema commercializzazione delle sementi il testo di legge (art. 11) va a modificare il famoso art. 19-bis della normativa sementiera (1096/1971 e successive modifiche) inserendo il seguente capoverso: “nonché il diritto al libero scambio all’interno della Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”.
Figura 1: L’impianto della legge 194
Articolo 19/bis
Modifica dell’articolo 19 / bis secondo l’articolo 11 della legge 194/2014
Ai produttori agricoli, residenti nei luoghi dove le “varietà da conservazione” iscritte nel registro di cui al comma 1 hanno evoluto le loro proprietà caratteristiche o che provvedano al loro recupero e mantenimento, è riconosciuto il diritto alla vendita diretta in ambito locale di modiche quantità di sementi o materiali da propagazione relativi a tali varietà, qualora prodotti nella azienda agricola condotta.
Agli agricoltori che producono le varietà di sementi iscritte nel registro nazionale delle varietà da conservazione, nei luoghi dove tali varietà hanno evoluto le loro proprietà caratteristiche, sono riconosciuti il diritto alla vendita diretta e in ambito locale di sementi o di materiali di propagazione relativi a tali varietà e prodotti in azienda, nonché il diritto al libero scambio all’interno della Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, secondo le disposizioni del decreto legislativo 29 ottobre 2009, n. 149, e del decreto legislativo 30 dicembre 2010, n. 267, fatto salvo quanto previsto dalla normativa vigente in materia fitosanitaria.
Affermare che lo scambio di varietà da conservazione diventi legittimo solo tra chi fa parte della Rete, è in contraddizione con le procedure di accesso alle RGV definite dal Trattato, in quanto ogni agricoltore ha diritto ad accedere a risorse in dominio pubblico conservate da strutture pubbliche. E lo scambio tra agricoltori e/o privati per fini di ricerca, sperimentazione e conservazione della biodiversità, non rientrando nella normativa sementiera, non può essere limitato dalla legge 194. In questo caso la legge va semplicemente a complicare la materia senza rendere più facile lo scambio.
Vedendo le procedure previste e i sistemi di controllo emerge chiaramente che tutto l’impianto della legge riprende quello della normativa sementiera (iscrizione, anagrafe, commissioni scientifiche), senza però avere una giustificazione economica o legale per dover reggere una simile burocrazia. Dall’altra parte, dimentica completamente uno degli obiettivi del Trattato: l’uso sostenibile della biodiversità agricola e quindi il sostegno, tramite politiche pubbliche, ad azioni che promuovano la diversificazione dei sistemi agricoli, l’allargamento della base genetica delle varietà coltivate, lo sviluppo di sistemi sementieri basati sulla diversità e la ricerca partecipata. La legge, al contrario, focalizza tutti i suoi sforzi solo sulla conservazione delle risorse genetiche autoctone a rischio di estinzione.
Figura 2: Le attività della Gestione Comunitaria dell’Agrobiodiversità
Dalla conservazione alla gestione dinamica
Visita al Collettivo Semeurs du Lodèvois-Larzac, socio di RSP, progetto APRENTISEM Erasmus+, 5 novembre 2019 - Larzac, Francia
Un’ultima considerazione riguarda l’approccio alla conservazione della biodiversità che emerge dalla lettura della legge. La società civile è completamente assente dal paesaggio, a parte la possibilità data dall’entrare a far parte di quelle che vengono definite per legge come Comunità del cibo. Nel quadro dipinto dalla legge si vede un esercito di agricoltori custodi in solitudine pagati e/o controllati dai vari organi statali per la loro azione di conservazione. Negli ultimi anni questa visione statica, museale della diversità agricola è stata ampiamente superata per andare verso una gestione dinamica della diversità dentro le aziende agricole, con un ruolo chiave svolto da strutture sociali aggregative. Le comunità̀, e in generale gli aspetti e le norme sociali, infatti, svolgono un ruolo importante nella creazione e nella formazione dei sistemi sementieri a livello locale, ruolo che dovrebbe essere riconosciuto anche dai decisori politici e dalla comunità̀ scientifica. La diversità̀ non è solo il risultato di una varietà̀ (più o meno eterogenea) in un dato ambiente ma anche delle sue interazioni con gli aspetti sociali considerati in senso lato, ad esempio l’organizzazione sociale della comunità̀ e le preferenze sociali riguardo al cibo. Proprio per questo il progetto di ricerca europeo DIVERSIFOOD (www.diversifood.eu) ha proposto di usare il concetto di Gestione Comunitaria dell’Agrobiodiversità, prendendolo a prestito da studi e analisi fatti nei paesi del sud del mondo. L'obiettivo principale di questo approccio è mostrare come il sostegno alle organizzazioni comunitarie e il rafforzamento delle loro capacità sia fondamentale per raggiungere l'uso sostenibile delle RGV, uno degli obblighi, ricordiamolo, del Trattato FAO. Come mostra la figura 2, questo approccio può̀ includere varie attività̀ e modalità̀ di gestione della diversità̀: case delle sementi, progetti partecipativi e decentralizzati di miglioramento genetico, aziende e cooperative di sementi locali, conservazione delle varietà locali, fiere ed eventi di scambio delle sementi. La diversità, così, riacquista un valore e un ruolo sociale per diventare, se opportunamente promossa da politiche pubbliche, volano di un nuovo sviluppo rurale.
Nel 2003 su Nature un articolo dal titolo Dynamic Diversity definiva la “conservazione non come stasi: ma come mantenimento dell’eccitante, in continua evoluzione varietà della vita sulla Terra” e poneva le nostre società davanti ad una scelta drastica: “possiamo adoperarci per conservare un mondo naturale dinamico del quale siamo parte integrante oppure possiamo fallire in questa impresa e trovarci di fronte l’equivalente di una stanza bianca tappezzata delle fotografie delle specie e degli habitat con i quali condividevamo il pianeta”. L’autrice, Sandra Knapp, ricercatrice del Museo di Storia Naturale di Londra, si riferiva alla biodiversità naturale e alle sfide della CBD, ma il rischio lo stiamo correndo anche per la diversità agricola.
Sono passati più di dieci anni dal 2008 quando la prima direttiva europea sulle varietà da conservazione ha visto la luce (62/2008/CE) e ben 21 da quando il termine è stato coniato andando a definire una nuova tipologia varietale per permettere la vendita di sementi con una maggiore diversità (direttiva 98/95/CE). Come Rete abbiamo seguito da vicino questo percorso, cercando di influenzarne l’implementazione in Italia con l’obiettivo di aprire nuovi spazi di azione per gli agricoltori. In particolare, abbiamo ottenuto una deroga specifica per gli agricoltori che coltivano le varietà da conservazione, permettendo loro di venderne il seme con una procedura semplificata rispetto alle ditte sementiere (art. 19bis della legge nazionale 1096/71 e art.4 del decreto ministeriale del 12 novembre 2009).
Ma qual è l’impatto, dati alla mano, che le varietà da conservazione stanno avendo sull’agricoltura italiana? Sono uno strumento usato dai vari attori? E se sì in che modo? Le deroghe che abbiamo ottenuto anni fa sono praticate o sono restate lettera morta? Insieme a queste domande sull’effetto diretto di questa normativa, sempre più spesso riceviamo domande preoccupate dagli agricoltori su quello che potremmo chiamare un effetto collaterale non voluto. Il loro dubbio è: possiamo continuare a rifarci il seme in azienda? Possiamo scrivere in etichetta il nome della varietà che coltiviamo? Circola la voce, infatti, che chi si è sempre prodotto la sua varietà locale una volta che diventa varietà da conservazione non possa più rifarsi il seme aziendale, o meglio se vuole continuare a mettere in etichetta il riferimento alla varietà che coltiva è costretto a comprarne il seme e dimostrare di avere la fattura per tracciarne la provenienza. Al massimo, questo dice la voce che circola nel mondo agricolo, può rifarsi il seme per un paio di anni ma poi è costretto a riacquistarlo, pena mettere in etichetta un banale riferimento generico alla specie utilizzata, come ad esempio “prodotto con frumento tenero”. Nel sentire queste preoccupazioni, la mia mente è riandata a una decina di anni fa quando alcuni ricercatori del Ministero si lamentavano del fatto che fosse ancora possibile fare pane e pasta con varietà non iscritte al catalogo, usando semente non certificata. Allora non avevo dato peso a queste richieste, ma non vorrei che questo incubo dovesse realizzarsi oggi. Con questo Notiziario vogliamo fare chiarezza su questa materia, preoccupati che il lavoro di apertura della normativa sementiera, a fatica conquistato, possa essere invalidato da voci o interpretazioni fuorvianti.
Per cominciare a rischiarare il panorama dalla nebbia è necessario fare due premesse.
Le varietà da conservazione sono iscritte in una sezione dedicata del catalogo europeo delle varietà vegetali, quindi tale sezione esiste solo per quelle specie per cui c’è l’obbligo di un catalogo. Ci sono, infatti, specie minori per cui non esiste l’obbligo di iscrizione al catalogo, come ad esempio il triticum turanicum, per cui di conseguenza non è possibile iscrivere varietà di tali specie come varietà da conservazione. Queste varietà si possono legittimamente vendere senza previa iscrizione.
La normativa sementiera (l’iscrizione al catalogo e la certificazione del seme) riguarda solo la messa in commercio delle sementi e non l’autoproduzione del seme aziendale, né l’uso del nome della varietà sul mercato dei prodotti elaborati a partire da questa. L’autoproduzione del seme aziendale può essere limitata solo dalla normativa sulla proprietà intellettuale: le varietà protette (iscritte ad un altro specifico catalogo europeo) possono essere riprodotte in azienda seguendo le regole dettate per le varie specie dal regolamento UE 2100/94 e relative norme attuative contenute nel regolamento 1768/95. Le varietà da conservazione per loro stessa definizione sono in pubblico dominio e non protette da proprietà intellettuale (art. 6.1.b della direttiva 62/2008). Quindi non esistono i presupposti per limitare gli agricoltori nel riprodursi in azienda il seme di tali varietà. Va, però, sottolineato che specifici accordi privati di filiera possono prevedere la fattura di acquisto del seme come certificato di tracciabilità del prodotto, così come alcune norme legate ai contributi pubblici possono chiedere come requisito obbligatorio per l’accesso la presenza del cartellino delle sementi e quindi di fatto obbligare all’acquisto del seme ogni anno e limitare l’autoproduzione del seme da parte degli agricoltori. Ad esempio mentre le Linee Guida Nazionali di Produzione Integrata 2019, approvate nel dicembre 2018, lasciano alle Regioni la facoltà di definire per quali colture e a quali condizioni è consentita l’autoproduzione del materiale di propagazione, la Regione Umbria nel disciplinare sulle pratiche agronomiche (Determinazione Dirigenziale n. 6225 del 15/06/2018) prevede che “il reimpiego del seme aziendale è consentito solo una volta nel periodo di impegno e può essere reimpiegato solo il seme aziendale prodotto in un appezzamento seminato con seme acquistato”. Una richiesta che non ha le sue basi giuridiche nella normativa sementiera, né una particolare giustificazione agronomica, ma piuttosto dimostra la volontà politica di rendere obbligatorio l’acquisto del seme certificato.
L'ESEMPIO DEL RISO - Intervista a Manuele Mussa
Una Garlanda – Cascina dell'Angelo è un’azienda risicola, condotta dalla famiglia Stocchi sita a Rovesenda VC, tra le prime a coltivare e commercializzare le varietà da conservazione curandone l’iscrizione al registro nazionale. La Garlanda ha curato il fascicolo per l'iscrizione depositato alla Regione Piemonte di 8 varietà da conservazione: Bertone e Originario Chinese, Lencino, Chinese Ostiglia, Nano, Dellarole, Precoce Gallina, Precoce 6. Il lavoro di registrazione parte dalla raccolta della documentazione storica. “(…) Non abbiamo trovato particolare difficoltà nella compilazione della modulistica e a seguire l'iter di registrazione, così come nell'ottenere la licenza fitosanitaria. (…) Abbiamo ottenuto di accrescere le nostre competenze su varietà difformi dalle varietà commercializzate ma che hanno dimostrato di sapersi adattare in maniera specifica sia al contesto aziendale di riferimento sia alle pratiche agronomiche che noi abbiamo nel frattempo implementato (…)”. I costi sono contenuti: apertura ditta sementiera: circa 100€, manodopera e selezione in campo: 6€/q di risone, costi relativi alla visita in campo CREA-DC 1€/q, corrente elettrica per la selezione circa 1,5€/q, confezionamento dei sacconi 1€/q, infine l’ammortamento macchinari: 2€/q. Per la selezione del seme di riso occorre disporre di un locale attrezzato con almeno una tarara, un cilindro ad alveoli e uno ad asole. Il controllo in campo da parte del CREA DC verifica che le colture presentino un grado di purezza varietale sufficiente seguito poi dall’analisi dopo la selezione del seme. Terminato l'iter dei controlli è possibile cartellinare e commercializzare la semente. Per la commercializzazione è necessario aprire una ditta sementiera il cui iter è semplice e poco dispendioso, ma occorre avere i macchinari idonei alla selezione del seme. Il mercato delle varietà da conservazione nel caso del riso è ancora molto limitato. Il principale fattore limitante è la mancanza di un mercato attivo e riconosciuto dei prodotti. La costituzione di popolazioni di riso è ancora tutto da sperimentare poiché in maniera peculiare su questa specie c'è il problema della lavorazione del risone in post raccolta che può essere effettuata in maniera efficace ed efficiente solo se i grani hanno più o meno le stesse dimensioni.
Lo stato dell’arte
La situazione italiana presenta un panorama in forte evoluzione negli ultimi due anni, dopo un periodo di quasi inattività, con poche domande di iscrizione. Nel caso delle specie agrarie sono iscritte e in corso di iscrizione 80 varietà da conservazione, così ripartite: frumento duro (24), tenero (23), mais (14), riso (13), segale (1), patata (2), spelta (1), e farro monococco (1) e dicocco (2) (vedi tabella 1). Nel caso delle ortive sono state iscritte 42 varietà da conservazione (tabella 3) e 16 come prive di valore intrinseco (tabella 2). Quindi, se si considera il numero di varietà iscritte, si potrebbe affermare che un buon numero di varietà sta trovando spazio sul mercato sementiero, aumentando le scelte a disposizione degli agricoltori e la diversità di tutto il sistema. Se andiamo a vedere le superfici di produzione seme indicate nelle domande di iscrizione delle specie agrarie, scopriamo che sono previsti circa 1.340 ettari per un totale produttivo di circa 2.500 tonnellate di seme. Sarebbero numeri interessanti se non fosse che la realtà è molto diversa.
Infatti, passando dalla carta al campo, i dati del 2018 riportano che la superficie di seme certificato totale per frumento duro, tenero e riso è stata irrisoria attestandosi a miseri 64,96 ettari, e che comunque le domande per la certificazione hanno riguardato solo 126,67 ettari. Proviamo a fare un riepilogo: dei circa 1.340 ettari possibili la richiesta di controllo in campo ha riguardato 126 ettari e di questi circa la metà sono stati ammessi per la produzione di seme (tabella 4). Questi numeri raccontano che meno del 5% del potenziale del seme producibile come varietà da conservazione è stato utilizzato e che esiste un problema di capacità degli attori di produrre un buon seme se il 50% dei campi non è stato trovato conforme. Ma emerge anche un altro dato interessante: quasi tutta la superficie interessata dalla certificazione del seme si trova in Sicilia, ben 55 ettari sul totale, come se il resto d’Italia ancora non fosse interessato da questo fenomeno. Sempre la Sicilia racconta una prassi che potrebbe essere interessante perché smonta uno dei principali fraintendimenti sulle varietà da conservazione, il tema della proprietà. Sono tanti che pensano che chi diventa responsabile della conservazione in automatico ne diventa “proprietario”. Al contrario la situazione siciliana insegna che a partire da un agricoltore responsabile nella prima domanda di iscrizione, altri si possono aggiungere, a patto di dimostrare di avere una fonte certa del seme di quella varietà. Infatti, esistono più responsabili della conservazione per la stessa varietà: il Perciasacchi ne conta ben 15 e la Timilia a reste nere 10 (tabella 4). Il punto critico di questo processo è il momento dell’iscrizione al catalogo quando va indicato l’areale storico della varietà. Questo dato deve essere riferito alla storia della varietà e non alla regione dove si deposita la domanda o all’areale di chi fa la prima domanda d’iscrizione. Ad esempio, per Frassineto e Sieve era stata indicata come zona di origine la Regione Toscana, mentre poi il Gruppo di Lavoro Sementi del Ministero della Politiche Agricole, grazie a una nostra sollecitazione, ha indicato tutta l’Italia centro settentrionale, non limitando la sua diffusione futura alla sola Regione Toscana.
Con questi dati, le temute restrizioni quantitative della direttiva europea non sono certo un problema. Nella tabella 5 abbiamo provato a fare alcuni calcoli per frumento duro e tenero e capire quali sarebbero le massime produzione consentite per specie e singola varietà. La normativa prevede per il frumento che, al massimo, si possa commercializzare il 10% del totale del seme utilizzato nell’annata agraria e lo 0,3% per singola varietà. Stimando 200 kg come quantità di seme usata a ettaro, nel 2018 sarebbe stato possibile commercializzare circa 25.500 tonnellate di duro e 10.000 di tenero, con un massimo per varietà rispettivamente di 767 e 325 tonnellate. Ad oggi l’unica varietà che potrebbe raggiungere questo limite potrebbe essere il frumento tenero Maiorca, perché la superficie per la produzione di sementi indicata nelle domande di iscrizione ammonta a 145 ettari che corrisponderebbero a una produzione di 290 tonnellate, stimando una produzione di 20 q. ad ettaro. Ovviamente stiamo sempre parlando di ipotesi perché nel 2018 la superficie certificata era di 10,4 ettari per una produzione stimata di sementi pari a 20 tonnellate (vedi dati tabella 4), quindici volte inferiore ai limiti della direttiva.
Alla ricerca delle varietà da conservazione
Abbiamo visto che all’interno del catalogo delle varietà vegetali quelle da conservazione hanno cominciato a essere presenti, alimentando tutto un sistema di carta e di burocrazia necessario per arrivare all’iscrizione: preparazione del dossier, domanda alla Regione, validazione del Ministero e infine pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Anche se l’iscrizione è gratuita, tutto il processo richiede tempo e risorse per essere realizzato. A fronte di queste energie spese, sorge spontanea una domanda: se le varietà non sono state iscritte per poterne vendere il seme, come dimostra la discrepanza tra seme potenziale e seme certificato, per quale motivo si trovano ora nel catalogo?
Una prima risposta è legata alla poca conoscenza dello strumento: chi nelle Regioni ha seguito il dossier era il personale che si occupa di biodiversità agricola, con una ridotta competenza sulla normativa sementiera. A questo aspetto si è aggiunto un fenomeno tutto italico di competizione regionale/territoriale tra enti locali, per cui avere varietà da conservazione iscritte nella propria zona è diventato un bollino di qualità, un trofeo da aggiungere nella bacheca; in una gara di marketing territoriale (a livello comunale, provinciale o regionale) in cui quello che conta è arrivare primi non tanto mettere in piedi degli strumenti in grado poi di incidere sulla realtà o di fare economia.
Vi è poi una risposta che riguarda gli attori agricoli. In questo caso le varietà da conservazione sono state generalmente viste come uno strumento di protezione del nome, utile alla creazione di filiere. Si iscrive per primi, non si vende il seme sul mercato, si organizza la filiera su quella particolare varietà che oggi ha un interesse di mercato con contratti di fornitura sementi e ritiro prodotti. Quindi, essere nel catalogo europeo, precondizione per poter essere venduta sul mercato, non vuol dire che quella data varietà è accessibile a tutti. Al contrario le varietà si trovano a circolare sempre di più dentro filiere chiuse in cui chi gestisce il seme controlla anche la vendita dei prodotti finali, come dimostra il caso della varietà Cappelli (vedi Notiziario n. 20). O si fa parte di queste filiere o non si avrà accesso alle varietà da conservazione, con il conseguente problema di capire chi le controlla e come le gestisce.
Dalla varietà al prodotto
Entriamo ora nell’ultimo aspetto che riguarda l’etichetta. Se come abbiamo detto prima non c’è nessuna norma che impedisca all’agricoltore di rifarsi il seme aziendale nel caso delle varietà da conservazione, può l’agricoltore citare in etichetta il nome della varietà che usa? Secondo il nuovo regolamento europeo sulle informazioni sugli alimenti ai consumatori (n. 1169/2011) l’operatore è responsabile di quello che scrive, così come il consumatore della sua scelta consapevole. Scrivere il nome della varietà non rientra tra le informazioni obbligatorie ma tra quelle volontarie (art. 36 e 37) che non devono indurre in errore il consumatore, né essere ambigue o confuse, e, in caso, essere basate su dati scientifici pertinenti. La nostra interpretazione è che un agricoltore che, in buona fede, indica la varietà che coltiva ha tutto il diritto di farlo, salvo poi essere multato se quello che dice non corrisponde a verità. Scrivere che sto utilizzando, ad esempio, la varietà Saragolla non induce in errore il consumatore (anche se non è proprio “quella” Saragolla si tratta di una varietà non moderna con tutto ciò che ne consegue), non è un'informazione ambigua ma specifica il tipo di agricoltura praticata, e non ha bisogno di una validazione scientifica dell'informazione, cioè non sto dicendo che fa bene alla salute. Ovviamente se esistesse un sistema di tracciabilità o certificazione cui riferirsi il consumatore potrebbe essere può tutelato, ma non è questo il caso del mercato locale o di prossimità dove esiste un legame di conoscenza o fiducia tra operatore e consumatore. Infatti, la circolazione di questi prodotti avviene in mercati locali e di prossimità dove il consumatore si fida o conosce il produttore o il prodotto e dove, quindi, dovrebbero venire meno tutti i problemi legati al principio dello “scambio senza accordo” tipici del nostro sistema alimentare basato sulla grande distribuzione organizzata, che ha ispirato il regolamento europeo 1169/2011/UE.
pubblicato in inglese su Annale #49 – Laboratorio Expo. The Many Faces of Sustainability
a cura di Salvatore Veca – Fondazione Feltrinell
traduzione a cura di Maria Pia Corpaci
I problemi globali più frequentemente dibattuti oggi sono la povertà, la fame e la malnutrizione, l’acqua, la biodiversità in generale e, in particolare, quella agricola, come anche il cambiamento climatico. Problemi che sono frequentemente discussi separatamente anche se sono strettamente interdipendenti. Non verranno discussi qui in dettaglio come già fatto da Dendena et al. (2015). Pertanto menzionerò solo qualche aspetto di questi problemi tra quelli spesso meno affrontati. Per esempio, nel caso del cambiamento climatico, l’aspetto dell’incertezza relativa ai cambiamenti attesi non viene menzionata abbastanza spesso:
Da una decina di anni diversi progetti di ricerca europei e nazionali hanno avuto come obiettivo la produzione di varietà per l’agricoltura biologica con un alto livello di diversità. Tutti centrati sullo studio di piante che non sono più tecnicamente varietà ma popolazioni o materiale eterogeneo, come lo ha definito la Commissione Europea nel 2014 aprendo la strada alla commercializzazione delle loro sementi
Abstract
The genetic improvement of cereals for organic farming: heterogeneous material
The lack of suitable varieties for low-input and organic agricultural systems, rose to the fore in the early 2000s. In their paper Developments in Breeding Cereals for Organic Agriculture, Wolfe et al. (2008) highlight the importance of exploiting intra-varietal genetic diversity, as well as specific adaptation to these agricultural systems, as opposed to uniform cultivars, bred for wide adaptation. In many European countries, particularly in northern Europe, several research projects have focused on generating varieties and populations appropriate for organic agriculture: these experiences have converged in multi-partner European projects (SOLIBAM, COBRA, LIFE-Semente Partecipata, DIVERSIFOOD), which have seed the participation of Italian organisations and institutions. The leitmotiv in all these projects has been genetically diverse plant material, mainly Cross Composite Populations (CCP), which are not compliant with the Distinct Uniform and Stable (DUS) requirements of seed marketing regulations. With implementing decision 2014/150, the EU Commission paved the way to the experimental marketing of these “heterogeneous materials”. In this paper, we describe the development of organic breeding in Italy and Europe, with particular attention to the research on CCPs and populations carried out by Rete Semi Rurali and University of Florence.
La mancanza di varietà di cereali adatte per i sistemi agricoli biologici o a basso input ha cominciato ad essere portata all’attenzione nei primi anni 2000. È del 2008 l’articolo Developments in Breeding cereals for organic agriculture (Wolfe et al., 2008) in cui gli autori sottolineano l’importanza non solo di avere varietà specificatamente prodotte per questi sistemi agricoli, ma anche di avere varietà con una maggiore diversità, non più uniformi. In diversi paesi europei, soprattutto del nord Europa, cominciano ad attivarsi progetti di ricerca nazionali che hanno come oggetto produrre varietà per l’agricoltura biologica con un alto livello di diversità, cui seguiranno negli anni vari progetti europei. Tutti centrati sullo studio di piante che non sono più tecnicamente varietà (uniformi, distinte e stabili come da normativa sementiera) ma popolazioni (Composite Cross Population – CCP) o materiale eterogeneo, come lo definirà la Commissione Europea nel 2014, aprendo la strada alla commercializzazione delle loro sementi. Il seguente articolo riporta la storia di questo percorso europeo con un particolare riferimento all’Italia, presentando l’esperienza sulle popolazioni maturata da Rete Semi Rurali e dai suoi soci e dall’Università degli Studi di Firenze.
Le Popolazioni (CCP)
Le popolazioni evolutive permettono di produrre varietà in grado di adattarsi nel tempo ai cambiamenti climatici sfruttando i diversi gradi di adattamento dei genotipi costituenti il pool stesso. Infatti, le popolazioni si evolvono per adattarsi sempre meglio alle condizioni specifiche di clima, terreno, tecniche agronomiche in cui sono coltivate: questa evoluzione avviene perché le piante, che in un certo anno e in un certo ambiente hanno una fitness maggiore, producono più semi di quelle che hanno una fitness più bassa. Se l’anno successivo le condizioni ambientali cambiano, allora le piante derivate da quelle che l’anno prima hanno prodotto pochi semi, ne producono di più e viceversa. Una popolazione si muove a zig zag ma, se la tendenza a lungo termine muove verso temperature gradualmente più alte e verso un clima gradualmente sempre più siccitoso, le piante che in queste condizioni crescono meglio, producono più semi e saranno via via più numerose, cioè la popolazione gradualmente si adatterà senza bisogno di sapere adesso quanto più caldo farà e quanto meno pioverà in futuro. Nel breve periodo, la diversità delle popolazioni evolutive consente loro di assorbire le differenze climatiche tra un anno e l’altro molto meglio delle varietà moderne uniformi. Inoltre, le popolazioni evolutive possono essere considerate come una vera e propria banca del germoplasma vivente ed in evoluzione nelle mani degli agricoltori, che potranno accelerare, modificare o indirizzare la loro evoluzione scegliendo le piante migliori o quelle che secondo loro rispondono meglio alle necessità dell’azienda. L’agricoltore potrà quindi selezionare la propria popolazione in funzione delle necessità produttive e della zona di coltivazione. Poiché agricoltori diversi selezioneranno in modo diverso, l’uso delle popolazioni favorirà un aumento della biodiversità coltivata nello spazio e nel tempo. Inoltre la coltivazione in areali differenti e presso molti agricoltori consente di accelerare l’evoluzione delle popolazioni in modo da arrivare velocemente a un materiale stabile e adattato sia al metodo di coltivazione che all’ambiente in cui si è evoluto. Questa innovazione consentirà di riportare diversità nel settore cerealicolo biologico o basso input, andando anche a risolvere il problema dell’assenza di varietà specifiche per l’agricoltura biologica. Ricordiamo che la base genetica ampia di una varietà o popolazione determina la capacità di compensare i continui cambiamenti ambientali che si verificano nel corso del ciclo colturale: dalla presenza di fitopatie agli stress abiotici. In un materiale che presenta biodiversità, anche se i geni per le resistenze non si trovano in tutti gli individui (condizione omozigote), la crescita del patogeno rimarrà controllata e la sua diffusione non si presenterà generalmente devastante. Tutte caratteristiche essenziali in agricoltura biologica o a basso input, mentre il miglioramento genetico per i cereali si è focalizzato soprattutto sull’agricoltura convenzionale e non ha lavorato per la produzione di varietà con tratti specifici interessanti per il biologico (ad esempio la competizione con le infestanti, la capacità di svilupparsi senza l’apporto di concimi chimici di sintesi).
I progetti di ricerca europei
A partire dal 2010 alcuni progetti di ricerca europea hanno cominciato a studiare l’efficacia dell’uso di popolazioni nei sistemi agrari biologici o a basso input, come strategia per rispondere ai cambiamenti climatici e per rendere più resilienti e sostenibili i sistemi stessi e produrre varietà adatte a questi sistemi. Il primo progetto è stato nel 2010 Strategies for Organic and Low Input Integrated Breeding and Management (SOLIBAM, 2010-2014 - www.solibam.eu) finanziato dal VII Programma Quadro. Mentre erano in corso le attività di SOLIBAM il programma di ricerca Core-Organic II ha finanziato il progetto Coordinating Organic Plant Breeding Activities for Diversity (COBRA www.coreorganic2.org/COBRA) chiuso nella primavera del 2016. Dal 2015 il lavoro sperimentale sulle popolazioni sta continuando all’interno di un altro progetto di ricerca europeo finanziato dal nuovo programma Horizon 2020. Si tratta di DIVERSIFOOD (Embedding crop diversity and networking for local high quality food system - www.diversifood.eu) che riprende il lavoro e i risultati di SOLIBAM e COBRA estendendo il numero di specie coinvolte e includendo studi socio-economici specifici sulle filiere coinvolte. Nell’ambito del Programma LIFE, in Italia si è portata avanti la costituzione di una popolazione di frumento duro da varietà locali italiane grazie al progetto SEMENTE PARTECIPATA (www.life-sementepartecipata.eu) coordinato dalla Scuola di Agraria dell’Università di Firenze. Grazie a questi progetti sono disponibili anche in Italia alcune CCP di frumento tenero, duro e orzo testate dal 2010 in più ambienti della penisola.
SOLIBAM
Il progetto SOLIBAM ha coinvolto, dal 2010 al 2014, 12 paesi (tutti europei, tranne l’Etiopia e il Mali) e 23 organizzazioni, e ha finanziato 16 dottorati e realizzato oltre 80 incontri in altrettante aziende agricole. Il progetto ha creato un ponte tra il mondo della ricerca e le pratiche agricole per sperimentare nuove forme di miglioramento partecipativo per l’agricoltura biologica e a input ridotto con l’obiettivo di incrementarne la qualità e la produttività attraverso lo sviluppo di un modello di innovazione varietale che tenesse in considerazione l’impatto delle pratiche agronomiche. Nei quattro anni di lavoro sono stati eseguiti più di 50 esperimenti sul campo nel corso dei quali le innovazioni sono state collaudate per almeno tre stagioni agrarie sulle seguenti specie: frumento, orzo, mais, fave, fagioli, pomodori e broccoli. Gli esperimenti sono stati organizzati in modo da poter valutare il sistema di coltivazione e il rendimento della coltura secondo dieci concetti elaborati per includere gli obiettivi di SOLIBAM: resilienza, vigore, biodiversità funzionale, stabilità nella resa, adattabilità, consociazione, sostenibilità, processi evolutivi, qualità organolettiche e ricerca partecipata.
Il lavoro svolto ha permesso di comparare in diverse condizioni agro-ecologiche in Europa l’evoluzione di un set di popolazioni provenienti dal lavoro dell’Organic Research Center (Döring et al. 2015), dell’Hungarian Academy of Sciences (Tremmel-Bede et al. 2016) e dell’Università di Kassel (Finckh et al. 2010; Brumlop et al. 2017). Questa valutazione ha seguito un disegno sperimentale classico a blocchi randomizzati che è stato adattato alle diverse realtà nel corso del progetto. In Italia il numero di località che hanno ospitato i campi sperimentali e il numero di popolazioni esaminate all’interno del disegno sperimentale sono variate nel corso degli anni. Il lavoro è iniziato con la semina nel 2010 in una sola azienda agricola (Toscana) di 5 popolazioni provenienti da Inghilterra (ORC YQ MIX, ORC YQ CCP, MHV MIX) e Ungheria (HU CCP1, HU ELITE CCP), oltre ad una miscela di vecchie varietà che hanno dimostrato una buona adattabilità in biologico e alla varietà Emese in funzione di controllo (varietà moderna sviluppata in Ungheria). Con la semina del 2011 si sono aggiunte un’altra azienda agricola (Friuli Venezia Giulia) e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa grazie al supporto tecnico del dr. A. Costanzo. Con la semina del 2012 vengono inserite nella sperimentazione altre 2 popolazioni inglesi (NIAB LOW INPUT e NIAB DIVERSITY) e la Stazione Sperimentale Consorziale per la Granicoltura della Sicilia. Con la semina del 2013 il disegno sperimentale si amplia ancora con 3 popolazioni tedesche (COBRA A, COBRA Q, COBRA Y). L’annata 2013/2014 ha rappresentato il culmine di un processo di apprendimento che ha permesso il perfezionamento del disegno sperimentale e dei metodi adottati per i rilievi in campo. Ma la novità più importante è senz’altro rappresentata dal fatto che si introduce per la prima volta in Italia l’elemento del miglioramento genetico partecipativo: oltre ai dati produttivi e fenologici rilevati da agronomi, si organizza una vera e propria attività di valutazione delle parcelle con agricoltori, tecnici e trasformatori che esprimono il proprio giudizio su ciascuna parcella basandosi sulla propria esperienza professionale e il proprio intuito (Foto 1).
Foto 1: Valutazione delle popolazioni di frumento tenero e duro presenti nel campo sperimentale di Rete Semi Rurali presso l’azienda agricola Floriddia da parte degli agricoltori durante la tre giorni di Coltiviamo la Diversità! Ed. 2016 Peccioli (PI) # foto R. Franciolini/RSR
In parallelo al confronto delle CCP sopra elencate è cominciata la diffusione di popolazioni evolutive di cereali tra gli agricoltori. Il materiale di partenza è arrivato dall’ICARDA (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) grazie al lavoro del Prof. Salvatore Ceccarelli e consisteva di 3 popolazioni di frumento duro, tenero e orzo ottenute da centinaia di incroci, un materiale altamente variabile con al suo interno centinaia di potenziali varietà. Le popolazioni evolutive sono state costituite grazie a 3 programmi internazionali di miglioramento genetico con migliaia di linee in selezione. L’ICARDA contava all’epoca una banca del germoplasma ricca di ben 135.000 accessioni provenienti da 110 paesi, incluse varietà locali, varietà migliorate e progenitori selvatici. Le tre popolazioni evolutive originali sono state ottenute mescolando 3000 semi per ogni incrocio (circa 100 grammi) per un peso complessivo di circa 200 kg e sono state distribuite ad agricoltori di differenti paesi: ogni agricoltore ha ricevuto circa 5 kg di seme. La popolazione di orzo, costituita nel 2008 è stata destinata ad agricoltori in Siria, Giordania, Eritrea, Algeria e Iran, mentre le popolazioni di frumento tenero e duro sono state costituite l’anno seguente per gli agricoltori di Siria, Giordania, Algeria e Marocco (Ceccarelli 2016). In Italia vengono seminate per la prima volta nel 2010 e col passare del tempo le popolazioni evolutive ICARDA prendono nell’uso comune il nome di popolazioni SOLIBAM. Gli agricoltori hanno seminato e raccolto le popolazioni per verificarne l’evoluzione e le capacità adattative nel tempo. Sono state fatte anche alcune selezioni interne alle popolazioni che hanno portato alla costituzione di sub-popolazioni. La popolazione SOLIBAM Tenero ha avuto un successo immediato e si è diffusa rapidamente tra gli agricoltori raggiungendone 37 documentati nel 2017 (il numero reale è sicuramente superiore) in 15 regioni d’Italia. La popolazione ha mostrato grande capacità di adattamento ad ambienti pedo-climatici molto diversi tra loro (Piemonte, Toscana e Sicilia) e, dai risultati di cui disponiamo, sembra raggiungere rese importanti in un arco di tempo relativamente ridotto. In Toscana, nel 2012, è stata inoltre effettuata una selezione delle migliori spighe grazie alla collaborazione dell’agricoltore con RSR e SSSUP (Foto 2). Questa selezione è stata seminata per la prima volta nel 2012, e ininterrottamente per tutti gli anni successivi evolvendosi parallelamente a quella originaria ed esibendo rese superiori alla popolazione di partenza, nel suo ambiente di selezione e adattamento. La popolazione SOLIBAM Duro viene condivisa negli anni con un numero crescente di agricoltori, raggiungendone 10 distribuiti su 4 regioni nel 2017 (il numero reale è sicuramente superiore). A differenza del tenero, la popolazione di duro si trova in competizione con varietà locali e vecchie varietà (per esempio il Senatore Cappelli) molto ben adattati e già ben inseriti in un mercato di nicchia dei cosiddetti “grani antichi”. Questo è particolarmente vero per la Sicilia, dove vi sono già 2 varietà di frumento duro iscritte al registro delle varietà da conservazione e altre in fase di iscrizione. In Molise e Basilicata la popolazione ha riscosso un grande interesse da parte degli agricoltori che la stanno coltivando ormai da diversi anni e dove ha potuto adattarsi agli ambienti agricoli tanto da risultare in due popolazioni distinte.
Scelta di spighe all’interno della popolazione di tenero coltivata in Toscana e costituzione della sub-popolazione espressione della selezione dell’agricoltore (a destra), poi denominata SOLIBAM selezione Rosario, che è risultata in media la più produttiva in tutti gli ambienti e per tutti gli anni rispetto alle entrate presenti nel disegno sperimentale ed elencate nella tabella 1, Az. Agr. Floriddia, 30 luglio 2012 # foto R. Franciolini/RSR
COBRA
Mentre SOLIBAM è in corso, i partner decidono di mettere in piedi un progetto di coordinamento europeo di tutte le esperienze che lavorano sulle popolazioni. Nasce così COBRA, un progetto triennale avviato nel marzo 2013 che ha coinvolto 41 partner di 18 paesi europei. Il progetto si proponeva di creare una rete di attori attivi sul miglioramento genetico per l’agricoltura biologica in Europa con particolare enfasi allo sviluppo di materiale caratterizzato da alta diversità genetica. Nello specifico gli obiettivi di COBRA sono stati: (i) migliorare i metodi che garantiscono la qualità fitosanitaria dei semi; (ii) stabilire il potenziale delle popolazioni e dei materiali eterogenei per incrementare la resilienza, l’adattabilità e la produttività dei sistemi agricoli biologici; (iii) identificare e rimuovere le barriere strutturali allo sviluppo dei sistemi sementieri e di miglioramento genetico per l’agricoltura biologica; (iv) supportare lo sviluppo di reti tra gli attori coinvolti nel miglioramento genetico per l’agricoltura biologica che favoriscano la disseminazione di idee ed esperienze. Grazie al lavoro dell’Università di Kassel sono incluse nei disegni sperimentali di SOLIBAM le popolazioni note come COBRA, costituite in modo da valutare la capacità adattativa di miscele di varietà rispetto a miscele di incroci delle stesse varietà, coltivate in condizioni di agricoltura biologica, basso input e convenzionale in differenti aziende agricole in molti paesi europei (Bertholdsson et al. 2016).
DIVERSIFOOD
Con la fine di SOLIBAM nel 2014, alcuni dei suoi partner decidono di partecipare al nuovo bando di HORIZON2020 sulla valorizzazione della diversità agricola con un approccio multiattoriale. Comincia così la nuova sfida di DIVERSIFOOD con l’ambizione di “integrare la diversità delle colture e creare reti per i sistemi alimentari locali di alta qualità”. Sono coinvolti nel progetto 21 partner europei tra cui istituti di ricerca pubblici e privati, università, organizzazioni tecniche, reti di cittadini e reti di agricoltori. Oltre ai partner scientifici, vengono infatti coinvolte nel progetto tutte le reti e le associazioni che da anni sono attive nel promuovere il PPB e che collaborano all’interno del Coordinamento europeo Liberiamo la Diversità! (EC-LLD): Rete Semi Rurali, Reseau Semences Paysannes, Red Andaluza de Semillas, ProSpecieRara, Arche Noah. Attraverso un approccio multi-attoriale e transdisciplinare basato su casi rilevanti, i partner sintetizzano la visione comune con le seguenti parole:
“I processi co-evolutivi all’interno dei sistemi (come ad esempio il sistema alimentare) supportano l’integrazione dinamica di diversi processi concomitanti che riguardano diverse dimensioni (economica, sociale, ambientale, politica, culturale e legale). Un sistema alimentare resiliente soddisfa la sua funzione di fornire alimenti in maniera diversificata, qualità alimentare e lo sviluppo sostenibile, all’interno di condizioni locali e globali di democrazia alimentare in cui la biodiversità è gestita in modo comunitario. Per raggiungere tutti questi obiettivi, DIVERSIFOOD promuove la ricerca collaborativa, partecipativa e attiva, ma anche la transdisciplinarità e il cambiamento del paradigma alimentare”.
DIVERSIFOOD intende sviluppare: (i) innovazioni rilevanti promosse a livello locale; (ii) nuovi modelli di gestione della biodiversità; (iii) nuovi approcci al miglioramento genetico; (iv) maggiore diversità delle colture, varietà e popolazioni; (v) prodotti variegati, sani e gustosi e la loro valorizzazione su mercato; (vi) attività di ricerca originali e strumenti di comunicazione per connettere attività e persone.
Con la conclusione del progetto SOLIBAM, in Italia l’attività di sperimentazione in campo è proseguita incentrando il disegno sperimentale sulle popolazioni evolutive ICARDA che si trovavano già al quarto anno di coltivazione e adattamento. A partire dalle semine del 2014 comincia una vasta sperimentazione su frumento tenero e duro (vedi elenco delle entrate in tabella 1 e 2) che coinvolge 4 regioni agro-ecologiche molto differenti (Piemonte, Toscana, Molise e Sicilia) che possa rispondere ai 3 questi principali sull’adattamento specifico emersi dallo studio delle popolazioni durante gli anni precedenti:
1) Come e quanto si sono evolute le differenti popolazioni evolutive coltivate oggi in Italia? Quanto influenza la capacità e la velocità di adattamento se la popolazione è costituita da un miscuglio di varietà (poche o tante) o un miscuglio di incroci (pochi parentali o tanti)? 2) Come si comporta una popolazione evolutiva coltivata per alcuni anni in una data località se la si coltiva in una località completamente differente? E quali sono le differenze con la popolazione evolutiva coltivata in questa nuova località? 3) Quale è il valore agronomico ed il gradimento che esprimono gli agricoltori (ma anche altri attori delle filiere cerealicole) sulle popolazioni evolutive in relazione alle varietà moderne ed alle varietà locali?
Tabella 1: Frumento tenero - materiali usati nelle annate agrarie 2014/2015,
2015/2016 e 2016/2017. Le entrate 3, 8, 9 e 10 sono state aggiunte con le
semine del 2015 mentre tutte le altre erano già’ state coltivate con le semine
del 2014.
Tabella 2: Frumento duro - materiali usati nelle annate agrarie
2015/2016 e 2016/2017.
Si riportano in questa sede solo le considerazioni sui risultati delle performance delle popolazioni di frumento tenero seminate nel 2014 e 2015 (Bocci et al. 2017; Ceccarelli et al. 2016) e si rimanda alla pubblicazione citata per la descrizione del disegno sperimentale e la comparazione con l’analisi dei dati relativi al frumento duro. Si fa presente inoltre che l’elaborazione statistica dei risultati dell’annata 2016/2017 è in fase di completamento. La selezione effettuata dall’agricoltore in Toscana nel 2012 (SOLIBAM Selezione Rosario) a partire dalla popolazione SOLIBAM Floriddia, è consistentemente la più performante nel proprio ambiente di selezione. Questo dato rappresenta una buona indicazione del potenziale che le popolazioni offrono quale materiale di partenza per un lavoro di miglioramento genetico decentralizzato basato su un lavoro di selezione e mirato allo sviluppo di nuove sub-popolazioni stabilizzate ad ambienti pedo-climatici specifici. Nel nostro caso, la SOLIBAM Selezione Rosario ha consistentemente superato in termini di produttività la varietà moderna per agricoltura biologica Emese, indicando come risultati estremamente positivi in termini di miglioramento genetico, possano essere raggiunti rapidamente e con costi estremamente contenuti ricorrendo al miglioramento evolutivo. Dai dati illustrati nei grafici 1 e 2 si evince inoltre come l’evoluzione e l’adattamento delle popolazioni non seguano un andamento lineare ma piuttosto rispondano in modo dinamico all’interazione ambientale. Nel 2015 si osserva che in Toscana la SOLIBAM Floriddia superava marcatamente in produttività la SOLIBAM Li Rosi, mentre l’opposto avveniva in Sicilia. Tuttavia nel 2016 la differenza tra le due popolazioni SOLIBAM in Toscana è diminuita notevolmente, al punto che in Sicilia si è osservato un superamento della SOLIBAM Li Rosi da parte della SOLIBAM Floriddia.
Grafico 1: Frumento tenero – confronto dei dati produttivi tra regioni dell’annata agraria 2014/2015.2015/2016 e 2016/2017.
Grafico 2: Frumento tenero – confronto dei dati produttivi tra regioni dell’annata agraria 2015/2016.
Questi dati ci suggeriscono che nonostante le popolazioni si stiano adattando agli ambienti di coltivazione (grafici 3 e 4), cosa osservabile anche tramite rilievi morfologici, le pressioni di selezione non sono state tali da ridurre la variabilità genetica e quindi impedire alle popolazioni di rispondere a eventi climatici diversi da un anno all’altro. Si può ipotizzare che il comportamento e la performance produttiva di una popolazione in un dato anno siano influenzati non solamente dall’andamento climatico dell’annata agraria in corso ma anche e soprattutto da quello dell’annata precedente.
Grafico 3: Interazione genotipo-ambiente in frumento tenero (GGE Biplot): (i) la popolazione SOLIBAM adattata alla Sicilia (SOL_LR) è fortemente associata all’ambiente climatico della Sicilia per gli anni 2014/2015 (Si15) e 2015/2016 (Si16); (ii) la selezione operata dall’agricoltore all’interno della popolazione SOLIBAM adattata alla Toscana e coltivata in Toscana (SOL_FLS) è fortemente associata all’ambiente climatico della Toscana per gli anni 2014/2015 (To15) e 2015/2016 (To16); (iii) la popolazione SOLIBAM adattata alla Toscana (SOL_FL) è correlata positivamente con tutti gli ambienti in prova annata agraria 2015/2016.
Grafico 4: Produzione e stabilità in frumento tenero (GGE Biplot): (i) la selezione operata dall’agricoltore all’interno della popolazione SOLIBAM adattata alla Toscana e coltivata in Toscana (SOL_FLS) ha reso di più in termini quantitativi (q.li/ha) rispetto a tutte le altre entrate, per tutti gli ambienti e per tutti gli anni; (ii) la popolazione SOLIBAM adattata alla Toscana (SOL_FL) ha mostrato maggiore stabilità nelle rese rispetto a tutte le altre entrate, per tutti gli ambienti e per tutti gli anni
Infatti le frequenze dei vari tipi di piante all’interno di una popolazione sono determinate dai genotipi che hanno esibito una fitness (capacità di riprodursi) superiore nel ciclo produttivo precedente, periodo nel quale fattori abiotici (clima, fertilità ecc.) e biotici (malattie, parassiti, sinergie all’interno dell’ecosistema), favorendo o sfavorendo la fitness di determinati genotipi, hanno modellato la composizione della popolazione successiva. L’analisi dei dati meteorologici per i periodi interessati (grafico 5) mette in evidenza chiaramente l’andamento a “zigzag” che abbiamo potuto osservare per questo periodo (Petitti 2017).
Infine, le marcate differenze in termini di produttività relativa del materiale saggiato tra una località e l’altra, in uno stesso anno, ci confermano che l’utilizzo di popolazioni evolutive è l’unica strada percorribile per riuscire a sfruttare tutto il potenziale produttivo di ciascuno di questi ambienti senza ricorrere all’utilizzo di concimi e prodotti fitosanitari.
Riguardo alle popolazioni di origine inglese e ungherese saggiate nel corso degli ultimi 7 anni nel quadro di SOLIBAM e DIVERSIFOOD (HU, ORC, NIAB, COBRA) si è notata una marcata differenza rispetto alle popolazioni SOLIBAM originate dalla popolazione evolutiva ICARDA. La popolazione ICARDA è stata costituita usando un grande numero di parentali (circa 200) per le zone aride e semi-aride, di conseguenza, quando questa si è diffusa in Italia in ambienti pedo-climatici caratterizzati da basse precipitazioni (Sicilia, Toscana, Molise) dando origine alle popolazioni SOLIBAM, ha mostrato una grande plasticità e prestazioni relativamente superiori rispetto alle altre popolazioni e varietà saggiate. Le popolazioni inglesi e ungheresi invece sono state costituite incrociando parentali (circa 20) adatti alla coltivazione in agricoltura biologica negli ambienti pedo-climatici dell’Europa continentale e settentrionale, per tale ragione sono caratterizzate da una variabilità genetica inferiore rispetto alle SOLIBAM, fatto questo che ne riduce le capacità di adattamento. Inoltre, alcune delle caratteristiche positive che le caratterizzano, quali resistenza a malattie fungine, non riescono ad esprimersi nei nostri ambienti pedo-climatici, in generale troppo diversi da quelli in cui sono state costituite.
Grafico 5: Differenze e correlazioni climatiche tra gli ambienti testati (Multivariate PCA): l’analisi multivariata delle componenti principali (PC1, PC2 e PC3) per i parametri climatici di temperatura e piovosità relativi ai periodi ottobre-giugno (decadi) degli ultimi 6 anni conferma che gli ambienti studiati (Sicilia, Molise e Toscana) sono climaticamente molto differenti tra loro per tutti gli anni tali da motivare l’adattamento delle popolazioni nel tempo ad un dato ambiente di coltivazione.
Queste considerazioni ci confermano come la scelta delle linee parentali (tipologia e numero) in fase di costituzione di una popolazione sia una fase assolutamente critica per il successo dell’adattamento negli ambienti interessati. Si può quindi affermare che i primi risultati hanno messo in luce come le due popolazioni SOLIBAM Floriddia e SOLIBAM Li Rosi possano essere considerate come unità a sé stanti per l’idoneità ad essere riprodotte senza modifiche rilevanti nel breve e medio periodo avendo raggiunto un equilibrio dinamico nel proprio areale di adattamento, caratterizzato da specifiche condizioni agro-climatiche. Questo ci ha portato a ritenerle idonee ai fini della loro iscrizione come materiale eterogeneo secondo la Decisione della Commissione del 2014.
SEMENTE PARTECIPATA
Nel 2014 prende avvio anche il progetto SEMENTE PARTECIPATA, finanziato dal programma LIFE e coordinato dalla Scuola di Agraria di Firenze, con lo scopo di costi tuire una popolazione di frumento duro in grado di adattarsi agli specifici ambienti di coltivazione (Toscana, Sicilia e Marche) e mettere a punto un avvicendamento colturale di 3 anni in modo da ridurre drasticamente gli interventi agronomici e ottimizzarne il potenziale produttivo nel rispetto dell’ambiente e delle caratteristiche nutrizionali dei frumenti. L’attività principale del progetto consiste nella messa a punto della tecnica di breeding evolutivo che consente di fare miglioramento genetico a partire dall’ambiente di coltivazione affinché le colture co-evolvano con questo e vi si adattino, superando la logica della selezione in aziende sperimentali che nulla hanno a che fare con i campi degli agricoltori. L’utilizzo di varietà esistenti da tempo sul territorio (in particolare 42 varietà locali siciliane e sarde, alcune vecchie varietà e 6 accessioni di grano turanico) e quindi già adattate, consente non solo la salvaguardia della biodiversità coltivata, ma anche la riduzione dell’inquinamento del suolo tramite la diminuzione degli input forniti alla coltura e la conseguente riduzione delle emissioni di CO2 nell’ambiente oltre alla messa in coltura delle aree marginali.
Commercializzazione delle sementi
Foto 3: Alcune delle popolazioni ammesse alla sperimentazione a partire dal 2017, da sinistra verso destra, SOLIBAM Duro Petacciato, SOLIBAM Duro Floriddia, Frumento Tenero Virgo, SOLIBAM Tenero Floriddia # foto B. Bussi/RSR
Uno dei maggiori risultati di SOLIBAM è stato quello di aver dato impulso ad un processo di apertura della normativa europea sulle sementi rispetto alla commercializzazione di popolazioni, definite come ‘materiale eterogeneo’. Si tratta di una novità assoluta nel panorama europeo, dominato dai parametri di distinzione, uniformità e stabilità quali requisiti per la registrazione di varietà per la commercializzazione della semente. Con la decisione del marzo 2014 (2014/150/EU), la Commissione Europea ha acconsentito, per un arco di tempo limitato (fino alla fine del 2018), che i Paesi membri che ne fanno richiesta possano avviare una sperimentazione temporanea relativa alla commercializzazione di sementi di popolazioni di cereali. L’intenzione della Commissione è quello di studiare le modalità e le problematiche relative alla commercializzazione di materiale eterogeneo per individuare i principi e le regole di futuri regolamenti in materia. È importante sottolineare come questa apertura rappresenti un riconoscimento delle esigenze del settore dell’agricoltura biologica e del fatto che diversi modelli di sviluppo in agricoltura necessitano di politiche specifiche, ma anche dell’importanza della diversità intra-varietale e di sistemi sementieri informali o basati su criteri diversi da quelli che hanno prodotto, nel bene e nel male, il sistema agro-alimentare europeo.
Grazie al lavoro svolto nei campi in questi anni, l’Italia ha potuto dichiarare il proprio interesse alla Commissione europea e così autorizzare una sperimentazione temporanea di vendita di materiale eterogeneo. Sono ben 8 le popolazioni di cereali che sono state autorizzate ad essere commercializzate in quanto sementi (Foto 3), grazie al lavoro di adattamento specifico svolto in questi anni da alcuni enti di ricerca ed associazioni: Rete Semi Rurali (3 di frumento tenero, 2 di frumento duro), l’Università di Firenze (1 di frumento duro), l’Università di Perugia (1 di orzo) e Arcoiris (1 di frumento tenero). L'iter si trova attualmente nella fase di messa a punto insieme al MIPAAF e al CREA-DC delle procedure relative ai controlli in campo e conseguente certificazione dei quantitativi di semente ammessi alla vendita per ogni popolazione effettuati nel mese di giugno 2017 (Foto 4 e video visibile all'indirizzo www.youtube.com/watch?v=k-YwG8DUFHA) dei controlli fitosanitari e conseguente rilascio del cartellino ai fini di commercializzazione e della autorizzazione alla deroga per la vendita da parte degli agricoltori moltiplicatori (in corso). Il CREA-DC sta acquisendo i materiali autorizzati per le semine della stagione agraria 2017/2018 in modo da individuare, nel corso della coltivazione, le caratteristiche di riconoscibilità delle popolazioni autorizzate.
Foto 4 - Firma del verbale di controllo in campo per la popolazione SOLIBAM Tenero Floriddia con indicazione dei quantitativi di semente potenzialmente ammissibili alla vendita da parte del CREA-DC (Dr. Alessandra Sommovigo) nel corso della tre giorni di Coltiviamo la Diversità! Ed. 2017 Peccioli (PI) # foto G. De Santis/RSR
Gli aspetti qualitativi Considerando poi gli aspetti qualitativi, possiamo osservare un altro paradosso, per seguire le esigenze della commercializzazione e dell’industria di trasformazione, con il miglioramento genetico si sono alterate molte caratteristiche organolettiche e nutrizionali dei prodotti agricoli, dalle verdure alla frutta dai cereali ai prodotti zootecnici. Sistemi di coltivazione, di allevamento e di miglioramento genetico, anche se garantiscono un incremento produttivo, riducendo i costi di produzione e rendendo i prodotti più disponibili, hanno determinato una riduzione del valore nutrizionale e organolettico di tutto ciò che si mangia. Nel caso dei cereali l’identificazione dei geni per il controllo delle proteine di riserva ha permesso di ricombinare diversi alleli per l’ottenimento di glutine molto rispondente alle esigenze dell’industria molitoria, dei pastifici e dei panifici, determinando un parziale stravolgimento della composizione della cariosside. Da un prodotto ricco in amido (primaria fonte di energia per il nostro organismo) si è ottenuto, mediante la selezione un prodotto con più del 15% di proteine. Inoltre queste proteine (gliadine e glutenine), che con l’impasto con acqua formano il glutine, presentano delle caratteristiche che migliorano decisamente le qualità tecnologiche degli impasti. Fare oggi la pasta o il pane con queste caratteristiche reologiche migliorate risulta decisamente più vantaggioso: si ottengono dei pani molto lievitati, leggeri, dorati, croccanti appena sfornati. Ma purtroppo sia le varietà utilizzate che il sistema di trasformazione (molitura e panificazione con lievito di birra), producono un pane che può incrementare gli aspetti negativi del valore alimentare del frumento. Molte infatti sono le intolleranze e le allergie provocate dal frumento, per una descrizione esaustiva e completa vedi l’articolo di Kucek et al. 2015.
Le qualità nutraceutiche dei cereali La selezione operata negli anni a partire da Nazareno Strampelli, da Norman Borlaugh ad arrivare ai nostri tempi, non poteva considerare alcuni aspetti riguardanti le qualità nutraceutiche dei cereali. Oggi si dispone di metodologie rapide per la valutazione dei genotipi che permettono di estendere la caratterizzazione dell’ideotipo, anche a caratteri legati alla nutraceutica e funzionalità degli alimenti ottenuti. Molte sono ancora le cose da studiare, come quelle di valutare la risposta in vivo a particolari alimenti e associarla a dei marcatori che permettano la selezione a livello di spiga o di cariosside. È da sottolineare, per esempio che la riscoperta e la coltivazione di alcune varietà di grano, che attraverso delle prove in vivo hanno dimostrato di ridurre gli indici infiammatori (misurazione delle citochine) nelle persone alimentate per brevi periodi (8-10 settimane) con prodotti ottenuti dalle farine e semole di queste varietà (Sofi et al. 2011), fa pensare che ci siano delle caratteristiche che per diversi motivi, sono andate perse. Il motivo di questa perdita potrebbe essere dovuto a diversi fattori: • Associazione negativa di queste caratteristiche con alcuni caratteri che sono stati utilizzati per il miglioramento dei frumenti; • Effetto pleiotropico dei geni responsabili delle caratteristiche qualitative e produttive; • Perdita di alcune caratteristiche nutraceutiche, dato il ristringimento della variabilità genetica (bottleneck) dei cereali moderni; In tutti i casi, vista l’importanza di certe proprietà a livello nutrizionale, la caratterizzazione e la ricerca dei geni responsabili delle qualità nutraceutiche, deve obbligatoriamente essere applicata. Questo al fine di iniziare nuovi programmi di miglioramento genetico, che prendano in considerazione un complesso di geni contemporaneamente, per migliorare le varietà, non solo per quanto riguarda le caratteristiche produttive e qualitative tecnologiche, ma anche e, sarebbe bene, soprattutto per le caratteristiche nutraceutiche. E’ impensabile ricorrere alle varietà antiche, anche se, attualmente sono le uniche che danno una valida alternativa per quanto riguarda gli aspetti nutraceutici, dato la loro ridotta capacità produttiva. Quindi è necessario avviare programmi di selezione al fine di migliorare le caratteristiche produttive e tecnologiche, cercando di mantenere le qualità organolettiche e nutrizionali delle varietà antiche. Prendendo in considerazione il frumento, esistono varietà che sono molto produttive con caratteristiche tecnologiche eccellenti, ma non sempre vengono tollerate dai alcuni individui. Prove eseguite in vivo, hanno dimostrato come prodotti ottenuti con farine e semole di alcune varietà avevano migliori proprietà nutraceutiche. I motivi e le componenti che determinano tali differenze non sono stati ancora completamente individuati, varie sono le ipotesi: migliore composizione dei metaboliti secondari, come polifenoli e flavonoidi, migliore attività anti-radicalica, migliore cinetica di digestione delle proteine di riserva, minore numero di sequenze responsabili delle reazioni immunitarie da parte di soggetti celiaci (epitopi tossici) all’interno delle proteine di riserva. Comunque selezionare in base ai risultati delle prove in vivo non è pensabile, quello che si deve cercare è di mettere a punto dei sistemi di valutazioni basati su prove in vitro utilizzando minime quantità di prodotto. È quindi auspicabile che si avviino nel prossimo futuro, ricerche al fine di identificazione dei marcatori che possano garantire un’efficace identificazione dei genotipi con caratteristiche nutraceutiche migliori, da utilizzare per combinarli e successivamente monitorarli durante il processo selettivo, al fine dell’ottenimento la popolazione ideale.
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di Massimo Angelini – Novembre 2011 Già pubblicato come Scheda RSR n°9 e in Notiziario RSR#15, qui ripubblicato integralmente con approfondimenti bibliografici e note dell’autore
***La visibilità della varietà agricole conservate e tramandate dai coltivatori, è diventata più nitida da quando, sull’onda dell’attenzione ecologica, si sono imposti i concetti di diversità e patrimonio rurale, concetti tradotti e mediati da espressioni efficaci, anche se non sempre felici: penso, per esempio, a biodiversità, parola che pare una chimera composta da parti – bio e diversità – poco congruenti tra loro, o a risorse genetiche, espressione di sapore strumentale e riduzionistico come ogni espressione che traduce in “risorsa” l’ambiente (r. naturali), le persone (r. umane), e più in generale cosa vive, come se fossero beni, macchine o capitali.
The Centrality of Seed: Building Agricultural Resilience Through Plant Breeding
by Salvatore Ceccarelli, PhD
Five of the global issues most frequently debated today are the decline of biodiversity in general and of agrobiodiversity in particular, climate change, hunger and malnutrition, poverty and water. Seed is central to all five issues. The way in which seed is produced has been arguably their major cause. But it can also be the solution to all these issues.