Alla FAO una riunione fondamentale per la biodiversità agricola e i diritti degli agricoltori

Alla FAO una riunione fondamentale per la biodiversità agricola e i diritti degli agricoltori

A novembre a Roma si discute di sementi, e le posizioni di Nord e Sud del mondo sono distanti

di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 220 - Novembre 2019

Dall’11 al 16 novembre a Roma presso la FAO si tiene la riunione dell’Organo di governo del Trattato sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione (www.planttreaty.org): è l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di stabilire politiche e regole per la gestione e lo scambio di quelle che chiamiamo risorse genetiche vegetali, cioè le sementi conservate nelle banche ex situ.

Uno dei temi più caldi in discussione sono i diritti degli agricoltori, definiti nell’articolo 9 del Trattato: malgrado siano passati oltre quindici anni dalla sua entrata in vigore, manca una loro chiara definizione e di conseguenza la messa in pratica da parte degli Stati. O meglio, esistono da tempo esperienze e buone pratiche a riguardo, ma i Paesi sviluppati fanno finta di non sentire da quest’orecchio e si battono per non avere linee guida vincolanti a livello internazionale. Infatti, dalla lettura delle esperienze sui diritti degli agricoltori inviate nei mesi scorsi dagli Stati e dai vari portatori d’interesse, emerge chiaramente che esistono ancora mondi e visioni molto lontane tra Nord e Sud del mondo, forse inconciliabili tra loro. Da un lato i Paesi industrializzati -Germania, Stati Uniti, Canada e Francia in testa-, che considerano tali diritti risolti nelle loro economie, dato che gli agricoltori possono comprare sul mercato sementi fornite da un buon numero di ditte sementiere private, e, quindi, in sostanza, non prevedono nessuna politica positiva in tal senso. Dall’altro i Paesi del Sud, che nel riportare le loro pratiche raccontano di progetti di coinvolgimento degli agricoltori nell’innovazione varietale, di case delle sementi e di iniziative di sostegno a quelli che definiamo sistemi sementieri informali, e vorrebbero dare una dignità e un riconoscimento a tutto ciò nelle politiche internazionali e di sviluppo.

146: il numero dei Paesi che hanno adottato il Trattato sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. In Italia è in vigore dall’agosto del 2004

Questo novembre, ovviamente, il nodo non sarà sciolto. Sarà solo una tappa di un più lungo negoziato in cui la posta in gioco è definire il modello di innovazione per l’agricoltura di domani. Chi avrà accesso alla diversità conservata, chi potrà innovare per produrre nuove varietà? Quali diritti saranno messi su queste varietà? Diventa, così, evidente che la discussione sui diritti degli agricoltori non è solo un problema dei piccoli agricoltori del Sud del mondo, ma riguarda la nostra società nel suo complesso. Non si tratta di concedere altri diritti di proprietà a singoli agricoltori, ma di tradurre tali diritti in politiche di sviluppo che sostengano altre traiettorie possibili per l’agricoltura e la ricerca al di là dell’unico modello definito finora dalla nostra modernità, basato su monocoltura, specializzazione e industrializzazione. Questa modernità, infatti, ha dimenticato completamente l’importanza del lavoro incrementale e informale nell’innovazione attuato dagli agricoltori, attribuendo diritti individuali di proprietà intellettuale sempre più esclusivi sulle sementi, dalla privativa vegetale ai brevetti. Uno degli effetti collaterali è che invece di promuovere l’innovazione la stiamo soffocando, togliendole l’ossigeno di cui ha bisogno per svilupparsi: lo scambio fisico e simbolico tra soggetti e tra generazioni delle sementi e dei saperi ad esse legati. I diritti di proprietà intellettuale stanno bloccando questo scambio: in nome dell’interesse economico di breve periodo delle ditte sementiere multinazionali, sempre meno e più oligopolistiche, stiamo perdendo di vista l’interesse generale di tutti nel lungo periodo. Ecco perché quanto discusso alla FAO a novembre tocca un po’ anche noi.

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La biodiversità agricola e la salute del Pianeta

La biodiversità agricola e la salute del Pianeta

Ridurre le agricolture diversificate in monocolture industriali equivale a tagliare le radici dell’albero su cui viviamo. La trasformazione non è più rinviabile.

di Riccardo Bocci - Tratto da Altreconomia 219 - Ottobre 2019

Nel corso del 2019 sono stati pubblicati due rapporti, rispettivamente dalla FAO e dalla Commissione EAT della rivista medica Lancet, che da angolazioni diverse affrontano lo stesso problema: l’insostenibilità dell’attuale modello agricolo e della dieta, che, purtroppo, si stanno diffondendo in tutto il mondo come unico orizzonte possibile.
Il volume della FAO presenta i dati disponibili sullo stato di tutta la biodiversità per l’agricoltura e l’alimentazione (piante, animali, insetti, pesci, foreste), analizzando l’impatto su di essa delle attività dell’uomo. “Cibo nell’antropocene”, della Commissione EAT, affronta invece il problema dal lato del consumo e della insostenibilità per la salute delle diete attuali, dando alcune indicazioni su come riformare i sistemi di produzione di cibo e le diete, così da incidere positivamente sulla salute delle persone. Queste letture fanno capire come l’attuale crisi agricola non abbia più solo una dimensione settoriale, ambientale e sociale, ma coinvolga sempre di più la salute pubblica. Come scrive Lancet c’è “una sostanziale evidenza scientifica che lega le diete con la nostra salute e la sostenibilità ambientale”. Per questo motivo è necessaria una radicale trasformazione del sistema agricolo e alimentare a livello mondiale: l’uniformità di agricolture e diete sta compromettendo non solo la salute del Pianeta ma anche quella delle persone. Infatti, la ricchezza che vediamo nei supermercati non è altro che una grande illusione che la pubblicità contribuisce a mantenere.
Le statistiche FAO dicono che delle oltre 50.000 piante potenzialmente commestibili, ne usiamo solo poche centinaia e che il 90% della nostra alimentazione a livello globale si basa solo su 15. Tra queste riso, mais e frumento coprono circa il 66% del nostro supporto energetico. Ma i dati raccontano anche altro: “La diversità presente nei campi degli agricoltori è diminuita e le minacce alla diversità si stanno rafforzando”. Ovvero non solo la nostra alimentazione si basa su poche specie ma all’interno di queste diminuisce la diversità: sono sempre meno le varietà coltivate e queste sono sempre più simili tra loro. In un’epoca storica in cui le incertezze e i rischi sono in aumento, come dimostrano i cambiamenti climatici e le fluttuazioni dei prezzi e dei
mercati, stiamo rendendo tutte le agricolture più uniformi e uguali tra loro. Una strategia senza logica. Infatti, questi sistemi agricoli uniformi e monocolturali sono molto più fragili, incapaci di reagire a eventi imprevisti (un particolare insetto o malattia) e non più in grado di produrre diversità nel tempo. Quella diversità frutto dell’adattamento tra pianta, ambiente, patogeni e sistemi sociali e culturali che sarà essenziale per l’agricoltura di domani. Sempre la FAO afferma che “i paesaggi agricoli diversificati, in cui i terreni coltivati si alternano a zone incolte come i boschi, i pascoli e le zone umide sono stati, o sono in fase di sostituzione, con grandi superfici a monocoltura, coltivate utilizzando grandi quantità di input esterni come pesticidi, fertilizzanti minerali e combustibili fossili”. Ridurre le agricolture diversificate nel Pianeta in monocolture industriali equivale a tagliare le radici dell’albero su cui viviamo. I due report confermano che gli 800 milioni di persone che ancora soffrono la fame e i 2 miliardi che, mangiando male, soffrono di obesità o sono in sovrappeso, sono due facce della stessa medaglia del nostro sistema agricolo e alimentare. Come scriveva Eduardo Galeano: viviamo sempre più in un mondo in cui
“chi non ha paura della fame, ha paura del cibo”.

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