Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050 è una delle sfide più grandi del nostro secolo.
Ma la risposta non può essere semplicemente produrre di più a ogni costo, se poi ogni anno, solo nell’Unione Europea, sprechiamo oltre 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 kg a persona.

In occasione della Giornata Nazionale per la prevenzione dello Spreco Alimentare, è necessario guardare in faccia la realtà: lo spreco non è un incidente di percorso, ma il risultato di un modello alimentare complesso che deve essere trasformato su più fronti, dalla produzione ai sistemi di distribuzione e consumo, per renderlo più sostenibile, più equo e più salutare.
Questo significa innanzitutto ripensare l’agricoltura, sostenendo la produzione biologica, tutelando la salute del suolo e la biodiversità, ma anche riducendo il peso dell’allevamento intensivo. Orientare una parte maggiore della produzione verso legumi e cereali destinati direttamente al consumo umano è una scelta fondamentale per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sicurezza alimentare.

Significa poi valorizzare le filiere corte: meno passaggi tra chi produce e chi consuma vuol dire meno sprechi lungo la catena, maggiore programmazione, prezzi più equi per agricoltori e produttori locali e un sostegno concreto alle economie e alle comunità del territorio.

Infine, è indispensabile adottare ed educare a consumi più consapevoli, legati alla stagionalità, al territorio e al reale fabbisogno. Ridurre gli sprechi significa anche imparare a pianificare meglio la spesa, dare valore al cibo e riconoscere
la responsabilità che ognuno di noi ha nelle proprie scelte quotidiane.

Contrastare lo spreco alimentare non è solo una questione di produzione: è una scelta sociale, economica e culturale, che riguarda il futuro di tutti.

Recupera l’articolo scritto per la rubrica “Semi in Viaggio” per altreconomia: https://staging.rsr.bio/cambiare-i-sistemi-alimentari-per-sfamare-il-mondo/

Cibo Insostenibile” presso Fondazione Feltrinelli

Cibo Insostenibile” presso Fondazione Feltrinelli

di Michele Salvan

Lo scorso 21 novembre RSR era presente all’evento “Cibo Insostenibile. Contraddizioni nel piatto, equilibri possibili” organizzato presso la Fondazione Feltrinelli, a Milano.
L’evento, incentrato sulla sostenibilità e l’inclusività dei sistemi alimentari contemporanei, ha visto la partecipazione complessiva di diversi soggetti partecipanti al progetto Onfood, RSR, l’Università Milano Bicocca, L’università degli Studi di Pavia e il CREA.

Il convegno è stata anche l’occasione per presentare il documento di Policy Brief “Cibo: politiche, comportamenti educazione. Volume 2 Limiti e Strumenti, presente come numero 73 della Collana Scenari della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. All’interno del volume Rete Semi Rurali ha fornito il suo contributo dedicato alle filiere, in particolar modo quelle castanicole e delle aree interne italiane, sottolineando la necessità di un approccio agro-ecologico.

La collaborazione tra Rete Semi Rurali e l’Università Milano Bicocca prosegue e rafforza la rete di alleanze e competenze fondamentali per implementare futuri progetti a tutela dell’agro-biodiversità e della sostenibilità.

RSR a workshop “Il Cibo che Cambia”

RSR a workshop “Il Cibo che Cambia”

di Michele Salvan – Rete Semi Rurali

Il 16 Ottobre 2025 si è tenuto il workshop “Il Cibo che Cambia” presso la Franco Angeli Accademy, nell’ambito del progetto OnFood. Antropologi, agronomi, biologi ed economisti hanno dialogato a partire da casi studio che rappresentano la crisi dei sistemi agricoli attuali a fronte delle Crisi Climatiche in tutte le loro ampie sfaccettature.

L’agroecologia e il cambio di modello di interpretazione delle nature e del non umano, così come del lessico interpretativo, superando il paradigma fossile, sono stati al centro della riflessione nei momenti comuni, in quelli di attivazione e nei gruppi di lavoro. RSR ha contribuito in virtù della sua esperienza profonda proveniente dal lavoro sul campo e dalla riflessione collettiva, sottolineando la necessità di un approccio socialmente inclusivo, innovativo e basato sulla co-creazione e la condivisione delle conoscenze.

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

“Dobbiamo sfamare il mondo”. Anche basta

Non è vero che il modello agricolo intensivo permette di coltivare meno terra e produrre più cibo. Continuare a ripeterlo chiude a confronti più profondi e orientati.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 285 – Ottobre2025

A luglio 2025 la rivista marxista americana Spectre ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “La persistente fantasia di ‘sfamare il mondo’”. Si tratta di una risposta a un editoriale del New York Times di dicembre 2024 che in maniera provocatoria afferma: “Che piaccia o no, questo è il futuro del cibo”. L’autore Michael Grunwald propone la classica narrazione: definire “l’agricoltura industriale” come “cattiva” non riconosce che questo modello è quello che ci sfama e che impedisce all’umanità di mangiarsi il Pianeta. Quindi secondo lui gli allarmisti devono capire che “l’agricoltura industriale ha un vero vantaggio: produce enormi quantità di cibo su porzioni relativamente modeste di terra. E questo sarà il compito più vitale dell’agricoltura nei prossimi decenni. Entro il 2050 il mondo avrà bisogno di disponibilità ancora più enormi di cibo, circa il 50% in più di calorie per nutrire adeguatamente quasi dieci miliardi di persone”. Inoltre aggiunge che “gli allevamenti intensivi sono la migliore speranza per produrre il cibo di cui avremo bisogno senza distruggere ciò che resta dei nostri tesori naturali e senza rilasciare nell’atmosfera il loro carbonio”.
Il solito ritornello che difende lo status quo e bolla qualsiasi trasformazione come naif o non basata sulla scienza, con in più un tocco ambientale: il modello industriale ci permetterà di coltivare meno terra che quindi resterà “naturale”. Un sillogismo che ritroviamo ripreso e raccontato dal mondo dell’agrobusiness, come dimostra il Rapporto ambientale, sociale e di governance di Syngenta del 2022 in cui si legge che “ridurre la quantità di terra arabile necessaria per unità di coltura è la chiave per nutrire una popolazione in crescita. I guadagni di produttività permettono di lasciare la terra incontaminata esistente nel suo stato naturale”. Come rispondere a questo paradigma produttivista che riconduce il problema agricolo a maggiore produzione con colture e cibo più economici? Alcune indicazioni le propone l’articolo di Spectre che sottolinea come non esista un “ventre globale” -un anonimo magazzino di cereali- dove immettere calorie e non ci sia una semplice correlazione tra resa e sicurezza alimentare. L’accesso al cibo è regolato da diverse politiche di distribuzione legate a fattori sociali, economici, politici e istituzionali

118 Gli studi su cui si fonda una recente meta-analisi che mette a confronto 51 Paesi e dimostra come, contrariamente alla credenza comune, le rese sono più elevate nelle piccole aziende agricole rispetto alle grandi.

Inoltre il problema della resa andrebbe disaggregato per gli ambienti in cui il cibo si produce, andando a vedere dove oggi è possibile aumentarla e con quali tecnologie. Mi spiego: in Pianura padana il mais industriale ha raggiunto un picco di produttività difficilmente migliorabile, per quanti sforzi si possano immaginare, con un costo ambientale ormai insostenibile. Al contrario la produttività della coltura di mais in collina avrebbe margini di miglioramento, ma non c’è nessuna ricerca -pubblica o privata- che lavori per questi ambienti. Né le nuove tecnologie all’orizzonte sono progettate per funzionare in questi contesti. Andrebbe ripensata la ricerca agricola, andando a lavorare in quelle aree marginali, finora dimenticate, in cui ci sono effettive possibilità di miglioramento. Purtroppo un sistema simile non è conveniente per il mercato né per il sistema di distribuzione incentrato sulla grande distribuzione organizzata. Inoltre l’unico soggetto che potrebbe avere un ruolo, la ricerca pubblica, è sempre meno finanziato e culturalmente succube del modello privato, come dimostra la fede cieca nella tecnologia di cui i nuovi Ogm sono solo l’ultima moda. Abbandonare la narrazione “dobbiamo sfamare il mondo” potrebbe aprire lo spazio a confronti più profondi orientati a pensare sistemi agricoli diversificati, in grado di coniugare valori ambientali, culturali e politici. Purtroppo la strada da fare è ancora lunga.

16 ottobre 2025, Giornata Mondiale dell’Alimentazione

16 ottobre 2025, Giornata Mondiale dell’Alimentazione

Oggi è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, istituita dalla FAO per puntare i riflettori su temi importanti come quelli dell’alimentazione, del diritto al cibo e della lotta alla fame, ma è anche un pretesto per ribadire quanto alla base della sicurezza alimentare ci sia la conservazione e l’utilizzo della biodiversità.

Nella nostra società contemporanea, improntata alla iperproduzione e al consumismo, incline a preferire la quantità alla qualità, stiamo infatti perdendo circa il 75% della diversità genetica delle specie agrarie del nostro pianeta. Un dato che spaventa, in quanto questa perdita minaccia non solo l’ambiente, ma anche la sicurezza alimentare globale. Quest’ultima non può prescindere dall’affrontare temi come la povertà alimentare, redditi bassi, mancanza di tempo, relazioni e salute. Perché non si può parlare di giustizia ambientale senza parlare di giustizia sociale. Perché lo stesso sistema che inquina e sfrutta la terra è quello che lascia milioni di persone senza cibo.


Per contrastare l’erosione genetica, e contribuire a un cibo più nutriente e più rispettoso dei suoli e delle persone che lavorano per produrlo, possiamo fare molto. Rete Semi Rurali si impegna per la gestione collettiva dell’agrobiodiversità, mantenendo in costante fertile collegamento pratiche, teorie e politiche. Lavoriamo per realizzare una diversificazione dei nostri sistemi agricoli, partendo dalle sementi fino ad arrivare al piatto, passando per le reti di trasformazione e distribuzione; in generale per creare delle politiche del cibo eque e giuste per i cittadini e l’ambiente, con filiere corte e sostenibili, che contribuiscono a sostenere i piccoli agricoltori e le persone indigenti.

Tutti noi possiamo contribuire: preferendo prodotti di stagione e locali coltivati con metodi biologici, diversificando le nostre diete ed evitando gli sprechi, sostenendo le realtà che si impegnano per la transizione agroecologica, informandoci e ricordandoci che ogni scelta, per quanto piccola, può fare la differenza.

In quest’ottica il cibo diventa una posizione politica, un investimento per il futuro, un gesto quotidiano che parla del mondo che vogliamo, un’alternativa al modello turbocapitalista che ormai sta cominciando a scricchiolare.

Buona giornata mondiale dell’alimentazione!