L’11 dicembre 2026 lo staff di RSR ha partecipato all’evento “Agricoltura: cosa bolle in pentola a Bruxelles?”, organizzato da ACLI Terra a Milano dedicato alla riforma della Legislazione Sementiera, con un focus su NGT/TEA, e alla Politica Agricola Comunitaria, insieme a RSR erano presenti i rappresentanti di ACLI Terra, ACLI Nazionale e l’eurodeputata Camilla Laureti.
Il convegno è stato anche un momento di dialogo e confronto sull’impostazione generale della Politica Agricola Comunitaria (PAC) , durante il quale Rete Semi Rurali ha condiviso competenze e relazioni. La collaborazione tra Rete Semi Rurali e ACLI Terra continua, rafforzando una rete di alleanze e saperi essenziale per sviluppare futuri progetti a tutela dell’agrobiodiversità e della sostenibilità delle filiere agroalimentari, a livello nazionale ed europeo.
Il Trilogo raggiunge l’intesa sulle NGT. L’accordo costituisce un serio pericolo per la sovranità alimentare dell’Europa è necessario che il Parlamento intervenga per correggere la situazione
Il 4 dicembre, il Trilogo ha approvato il regolamento sulle nuove tecniche genomiche (note anche come TEA-tecniche di evoluzione assistita, in italiano). L’accordo (ancora non del tutto definitivo) conferma che le piante NGT di categoria 1 devono essere trattate come equivalenti alle varietà convenzionali. Starà alle autorità nazionali verificare l’effettiva rispondenza con la categoria, ma non sarà obbligatorio eseguire controlli sulla progenie delle piante approvate, senza tracciabilità né responsabilità.
L’unico elemento per la tracciabilità è l’obbligo di un etichetta “NGT1” sulle sementi e il materiale riproduttivo delle piante NGT-1, ma non sui prodotti derivati. Soltanto le piante modificate per acquisire tolleranza agli erbicidi e produrre sostanze insetticide non potranno rientrare nella categoria 1 e saranno automaticamente classificate nella categoria 2, regolamentata piú severamente.
Nonostante la perdita di gran parte delle cautele proposte dal Parlamento (sia in termini di tracciabilità ma anche di brevettabilità), ci sono ancora dei piccoli spazi di manovra: l’accordo deve ancora ritornare alla commissione per l’Ambiente del Parlamento Europeo (ENVI) e dovrà essere nuovamente votato in plenaria. È l’ultima opportunità per i Parlamentari di difendere le misure cautelari proposte, invece di soccombere alla pressione di accettare un accordo ormai molto lontano dalla loro proposta.
Le NGT presentate come la panacea a tutti i problemi: dalla fame nel mondo alla conservazione dell’agrobiodiversità, passando per le resistenze a malattie e insetti. Tutto è possibile grazie a questa tecnologia, perfettamente integrata nel paradigma dell’agricoltura 4.0.
Nell’inseguire questo miraggio riduzionista stiamo perdendo di vista il contesto e l’ambiente (a vari livelli) in cui il genoma è immerso, e con essi, non dimentichiamolo, anche la nostra libertà.
Fermare i nuovi OGM è una battaglia difficile, ma sempre più necessaria!
Parlare di ricerca agricola, uno degli aspetti meno noti e discussi del funzionamento dei nostri sistemi agroalimentari, non è semplice. È una materia sconosciuta, delegata agli addetti ai lavori, che sta vivendo da anni un processo di privatizzazione e di riduzionismo scientifico spinto, senza alcun dibattito o processo democratico di presa delle decisioni. In Italia, infatti, quando si parla di agricoltura al grande pubblico, il discorso si limita al made in Italy, al buono, pulito e giusto, o al biologico, senza mai approfondire come vengono sviluppate le varietà, come la ricerca influenzi i sistemi produttivi e, soprattutto, chi la gestisca e quali siano le implicazioni delle sue applicazioni. Certo non è facile parlare di democrazia nella scienza, ambito dominato dal concetto del sapere esperto degli scienziati, convinti di dover indicare la via da seguire alla politica (e alla società in generale). Come cittadini, viviamo tutti i giorni questa difficoltà quando ci confrontiamo con alcune scelte di salute pubblica che ci riguardano. Ad esempio, di chi ci fidiamo quando si parla di vaccini? A quale sapere ci affidiamo per fare delle scelte informate e consapevoli? Sempre più spesso andiamo a cercare altre voci, altre fonti del sapere che, in alcuni casi, criticano o mettono in discussione la singola voce della scienza ufficiale, ammesso che ne esista una sola. In agricoltura la situazione è ancora più complessa a causa della presenza di un soggetto intermedio tra la scienza e l’oggetto di studio: l’agricoltore. Questa figura, nel corso dell’ultimo secolo, è stata emarginata dalla ricerca, privata dei suoi saperi e sistemi di conoscenza nell’ottica della modernizzazione del settore. Questo cambiamento è stato anche spinto dagli stessi agricoltori, alla ricerca di modalità più semplici per risolvere i problemi connessi col fare un’attività all’aria aperta. È difficile, infatti, rifiutare una varietà resistente alle malattie o più facile da coltivare con determinati prodotti chimici. Questa scelta porta con sè la sfida di affrancarsi da millenni di sofferenze e fatiche del fare agricoltura. Tuttavia, questo passaggio non è stato indolore o privo di conseguenze sociali, economiche e ambientali. All’alba del nuovo millennio tutti i nodi stanno venendo al pettine, ma la risposta alle crisi causate dalla “sbornia” della chimica novecentesca continua a essere cercata nella tecnologia, senza mai mettere in discussione il sistema stesso. La ricerca agricola è ancora dominata da una cultura profondamente scientista e colonialista. Questo Notiziario vuole aprire una finestra su modelli di ricerca alternativi a quelli dominanti, con l’obiettivo di stimolare un dialogo sulle scelte attuali della ricerca pubblica. Dobbiamo riflettere sul fatto che criticare le tecnologie (come ad esempio i nuovi OGM) non vuol dire essere contro la scienza e la ricerca, ma semplicemente discutere dei loro impatti e mettere a confronto punti di vista e interessi diversi. Facciamo nostre le parole della genetista Erna Bennet che nel 2001 scriveva: “sta arrivando il giorno in cui scienziati e intellettuali accetteranno la necessità di intraprendere azioni sociali e assumersi la responsabilità sociale come parte integrante, e non supplementare, della loro responsabilità scientifica, aggiungendo la loro voce e le loro azioni a quelle di milioni di altre persone. Quello sarà un giorno di grande speranza per un mondo gravemente minacciato”.
Ogni voce fuori dal coro viene silenziata e bollata come antiscientifica. Non solo nell’accademia. Un problema per la ricerca agricola e per tutti.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 283 – Luglio/Agosto 2025
Dove sta andando la ricerca agricola pubblica italiana? Risposta non facile in un momento come questo in cui il dibattito pubblico si è polarizzato sui nuovi Ogm o sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea).
Questa nuova tecnologia ha assunto il ruolo taumaturgico e salvifico sul futuro della ricerca: se le regole faciliteranno il suo uso il progresso sarà garantito, altrimenti finiremo in un’epoca oscurantista. Ogni dialogo è interrotto e ogni voce fuori da questo coro silenziata e bollata come antiscientifica. Fa effetto leggere sulle riviste di settore articoli di commento alla prossima Politica agricola comune (Pac), che, nelle rivendicazioni politiche per dare un futuro all’agricoltura, mettono anche l’approvazione del nuovo regolamento sulle New genomic techniques (Ngt).
Il sillogismo è semplice nella sua banalità: volete ridurre i pesticidi e far fronte ai cambiamenti climatici? Allora l’unica strada sono le Ngt. Un’affermazione che dimentica che da anni modelli agricoli alternativi come il biologico coltivano senza input chimici di sintesi e come la sfida climatica sia legata alla diversificazione dei sistemi agroalimentari, all’interno della transizione verso l’agroecologia.
La stessa retorica la ritroviamo nelle affermazioni della senatrice Elena Cattaneo che, dalle pagine di D di Repubblica nello speciale “Food” del 7 giugno scorso, ammonisce quanti hanno paura dell’innovazione e della ricerca. La sua narrazione è anch’essa semplice e banale: abbiamo sempre fatto miglioramento genetico delle piante e non dobbiamo temere queste nuove tecnologie che sono precise e sicure. Questo approccio, riduzionista e scientista, dimentica come la questione della ricerca agricola sia un tema complesso e socialmente costruito, che coinvolge diversi e variegati attori: gli agricoltori, che dovrebbero usare le innovazioni, i cittadini, che dovrebbero accettarle nei loro piatti, e in generale la società.
Non tiene in considerazione, inoltre, dell’evoluzione della genetica negli ultimi trent’anni, che ha disegnato un genoma sempre più fluido e in interazione continua con il suo ambiente, ben lontano dal dogma centrale della biologia in cui un gene codifica una proteina. Nel 2025 non è più possibile immaginare questo tema lasciato solo nelle mani degli esperti, sempre più settoriali e, nel caso della genetica agraria, sempre più lontani dal campo. Non è accettabile relegare nell’angolo del pensiero oscurantista quanti si permettono di criticare la scienza ufficiale, e allo stesso tempo, portano avanti nuovi modelli di ricerca e azione. Manca, purtroppo, un luogo in cui questo dialogo possa avvenire, ma non nell’ottica classica con cui molti studiosi fanno comunicazione della scienza.
La dotazione finanziaria del Pnrr destinata all’innovazione e alla meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare è pari a mezzo miliardo
Il fine del dialogo, infatti, non è convincere i non scienziati della bontà della tecnologia ma valutarne insieme la sua efficacia e accettabilità. Avendo come opzione anche la scelta di non usarla. Varrebbe la pena domandarsi quante promesse dei “vecchi” Ogm degli anni Novanta del secolo scorso siano state mantenute per capire il contesto in cui quell’innovazione ha funzionato e quale modello agricolo ha promosso.
Nel frattempo, dopo la pandemia da Covid-19, la ricerca agraria ha vissuto un periodo d’oro, forse come mai nella sua storia, inondata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha favorito una proliferazione di progetti, attività e contratti precari. Tutti rigorosamente in scadenza a fine 2026. Purtroppo questi fondi non sono serviti per ristrutturare il sistema della ricerca agricola, mettendo un po’ di ordine tra i troppi enti suddivisi tra Cnr, Crea, Enea e università, e facenti capo a due ministeri diversi. Il Pnrr ha tappato e mascherato deficienze pregresse, mancando, però, di rispondere alle domande di fondo. Per chi e con chi si fa la ricerca? Quale modello agricolo si vuole promuovere?
Sabato 5 aprile, a Rovasenda, si è tenuto un convegno sui “nuovi OGM” (NBT o TEA), organizzato per discutere rischi e implicazioni delle recenti autorizzazioni governative alle sperimentazioni in campo aperto. L’evento ha riunito esperti e cittadini, evidenziando preoccupazioni comuni.
Al centro del dibattito, la decisione del governo di consentire l’uso di queste tecniche nonostante i dubbi sull’efficacia delle misure anti-contaminazione. Gianpaolo Andrissi (Biodistretto del Riso Piemontese) ha sottolineato come la presunta precisione del CRISPR-Cas non sia garantita ed è stata richiamata anche la sentenza della Corte UE del 25 luglio 2018, che applica il principio di precauzione ai nuovi OGM, equiparandoli a quelli tradizionali. Luca Ferrero (ASCI) ha lanciato un appello per una moratoria, denunciando rischi per le piccole aziende: contaminazioni, perdita di valore dei prodotti e royalty insostenibili. Giuseppe De Santis (Rete Semi Rurali) ha criticato la mancanza di tracciabilità e etichettatura nella proposta della Commissione Europeo (avallato dal Parlamento), limitando la possibilità scelta dei consumatori e non assicurando il diritto degli agricoltori biologici dell’integrità dell’esenzione dei propri prodotti dalla contaminazione dei nuovi OGM.
Il convegno ha ribadito l’urgenza di tutelare biodiversità e agricoltura sostenibile, annunciando un impegno per un confronto con le associazioni agricole.