Conservazione della biodiversità e agricoltura

Conservazione della biodiversità e agricoltura

di Simona Bonelli, Michele Salvan – Zoolab – Università degli Studi di Torino

La conservazione della biodiversità ha bisogno di un sostanziale cambiamento dell’attuale agricoltura. Questo apprendiamo leggendo la Strategia Europea Biodiversità 2030, documento pubblicato nel maggio 2021 dalla Commissione Europea che aggiorna e fissa nuovi e ambiziosi traguardi rispetto a quella nel 2010.

La Strategia, che indirizza politiche e risorse per il prossimo decennio, ha espressamente richiesto di destinare forze agli insetti impollinatori suggerendo diverse azioni da intraprendere, considerando, per la prima volta, gli invertebrati come una priorità. Dal 2018, infatti, api, bombi, farfalle, falene e altri insetti sono già al centro dell’attenzione grazie all’Iniziativa UE a favore degli impollinatori. L’iniziativa si è aperta con una consultazione pubblica e sorprendentemente il 94% delle persone che ha risposto ritiene allarmante il declino degli impollinatori. Sottrazione di habitat, monocolture estese, ma anche riforestazione quale conseguenza della naturale successione ecologica, urbanizzazione e poi più di recente cambiamenti climatici, tutti questi processi modificano, a volte anche di poco, l’habitat dove le piante nutrici crescono e dove si può compiere il loro ciclo biologico, con un impatto sulle comunità degli insetti. Numerose sono, ormai, le pubblicazioni che dimostrano come anche lievi modificazioni delle comunità vegetali si trasformano in modificazioni delle comunità di lepidotteri. La diversificazione delle prime si riflette nella complessità delle seconde. La riduzione o la scomparsa di piante erbacee e arbustive compromette alcune specie di farfalle e in particolare le specie monofaghe o oligofaghe. Questo dato è ben chiaro dalla lettura dell’European Grassland Butterfly Indicator, che riporta dal 1990 l’andamento nel tempo di 17 specie di farfalle comuni e ben distribuite in Europa. Il declino di queste specie legate agli ambienti aperti è continuo ed è pari al 30%. I lepidotteri sono gli unici impollinatori per i quali abbiamo la valutazione del declino a livello europeo grazie alla rete di monitoraggio europea che ha una buona copertura del continente. Le principali cause di declino sono legate a sottrazione di habitat, intensificazione dell’agricoltura e quindi uso dei pesticidi, nonché urbanizzazione e cambiamenti climatici con conseguente ingresso di specie aliene.

Strategie Biodiversità EU 2020 2030: una comparazione

Se confrontiamo gli obiettivi al 2020 con quelli al 2030 notiamo subito come i primi sfioravano appena l’agricoltura e non ne mettevano in discussione la sostanza. Gli obiettivi al 2030 sono, invece, molto chiari e presentano delle sfide difficili per il mondo agricolo promuovendo una sua diversificazione a livello non solo di campo o di azienda, ma di territorio, creando un mosaico di ambienti ricchi di biodiversità.
La Strategia per la Biodiversità al 2020 aveva come obiettivo una più diffusa implementazione e omogeneità delle pratiche di tutela ambientale tra Stati membri, con un approccio globalmente molto incentrato sulla tutela delle singole specie, vegetali, animali e degli habitat. Non erano previsti, infatti, impegni ulteriori e vincolanti per gli Stati membri, né fondi dedicati alla tutela di habitat e specie protette o al contrasto alle specie alloctone. Anche il legame con l’attività e il mondo agricolo era molto indiretto e poco responsabilizzante nei confronti degli agricoltori. Ad esempio, non vi erano norme specifiche sull’uso di fitofarmaci o antibiotici. Unici aspetti innovativi erano l’istituzione dei Piani di Gestione Forestale, il ripristino del 15 % degli ecosistemi degradati tramite infrastrutture verdi, nonché la tutela dei prati permanenti, l’obbligo di diversificazione colturale, il 5 % di aree come Ecological Focus Area e le misure specifiche per agricoltura biologica e conservativa, introdotte però successivamente dalla PAC 2013-2020.

Indicatore delle tendenze delle popolazioni di farfalle di prato

La nuova Strategia al 2030 si è posta obiettivi più ambiziosi e stringenti, mirando ad un coinvolgimento più diretto e attivo del mondo agricolo. Con la Strategia per Biodiversità per la prima volta la Commissione esplicita chiaramente che la conservazione della biodiversità richiede una trasformazione profonda delle pratiche agricole.
Notevoli i nuovi fondi stanziati: 20 miliardi all’anno dedicati alla tutela della biodiversità e 10 miliardi aggiuntivi per la valorizzazione del capitale naturale e dell’economia circolare. Si è anche proposto di calcolare il capitale naturale e di biodiversità nel capitale delle aziende.
La Strategia, quindi, interviene direttamente nelle pratiche delle aziende agricole con obblighi importanti, dettagliati e cogenti: ridurre la quantità di fertilizzanti del 20% e la perdita di nutrienti del 50%, ridurre del 50% l’uso di antibiotici in ambito zootecnico. Si prevede, inoltre, la tutela degli impollinatori per arrestarne il declino (anche tramite valutazione e monitoraggio diretti), ponendo al bando alcuni fitofarmaci, o aggiungendo il divieto del loro utilizzo nelle aree sensibili (ad esempio aree urbane). Rispetto all’agricoltura la Strategia prevede di arrivare al 25 % di superficie agricola ad agricoltura biologica e al 10% a paesaggi a elevata diversità. Grandi novità anche nell’ambito forestale e degli ecosistemi fluviali con la tutela specifica per le foreste primarie, la piantumazione di 3 miliardi di alberi e il ripristino di 25 000 km di fiumi allo stato di deflusso libero. Riguardo, infine, la tutela delle specie animali e vegetali più minacciate sono state proposte misure per la riduzione delle catture accidentali e si sono poste soglie rigide per la riduzione delle specie alloctone.

Come si vede l’Unione Europea ha fissato obiettivi concreti da raggiungere, non solo chiacchiere, ma resta un dettaglio non da poco per capire se questa sfida potrà essere vinta: l’agricoltura sa che la biodiversità ha bisogno di un suo cambiamento profondo?

Cambiamo la PAC per aiutare a cambiare produzione e consumo

Cambiamo la PAC per aiutare a cambiare produzione e consumo

di Gianfranco Laccone – ACU (Associazione Consumatori Utenti)

La Politica Agricola Comune (PAC) fu realizzata per favorire l’autosufficienza alimentare in Europa, a dieci anni dalla fine della guerra. Durante il boom economico si garantì alla popolazione urbanizzata e all’industria alimentare una fornitura adeguata di cibo e materie prime, garantendo agli agricoltori un reddito dignitoso.

Nel tempo sono cambiate le condizioni di vita, è cambiato il contesto e la PAC ha cercato di evolversi per guidare i cambiamenti necessari. Oggi, per far fronte alle emergenze ambientali e sociali – cambiamento climatico, degrado ambientale, crisi economica – i comportamenti dei consumatori assumono un nuovo ruolo.
Negli ultimi decenni un segmento crescente della società ha capito che occorre conoscere cosa c’è dietro i prodotti alimentari presenti sul mercato e scegliere consapevolmente. Ripetute crisi sanitarie nel settore e più di recente la pandemia e la guerra hanno messo a nudo le debolezze del sistema agroalimentare globalizzato. Inoltre, le difficoltà economiche crescenti in seno alla società stanno evidenziando le disparità esistenti. Le associazioni dei consumatori questo lo sanno da tempo. Troppi interessi economici sovrastano i bisogni della società per una giusta e sana alimentazione, a prezzi accessibili per tutti.

Abbiamo aderito alla Coalizione CambiamoAgricoltura per dare un contributo in un momento che riteniamo estremamente importante. Una riforma della politica agricola dovrebbe favorire produzioni meno inquinanti (ed inquinate); e diventare intersettoriale “dal campo al piatto” (Farm to Fork) avvicinando agricoltori e consumatori in un’unica alleanza.
Il modello dominante di agricoltura ha trasformato la produzione di alimenti in una macchina iper-produttiva, scollegata dai ritmi biologici, che consuma energia e produce alimenti non in grado di mantenere in salute. E quest’ultimo aspetto è ben visibile: nella pandemia, nelle epidemie animali, nelle malattie delle piante, nelle patologie umane. Gli agricoltori lavorano in funzione (e spesso in dipendenza) delle grandi compagnie dell’agroalimentare. È ora di rivedere il patto tra agricoltura, ambiente e società, trasformandolo in patto per e con la natura e la società. L’agricoltura è ancora troppo inquinante per i suoi fattori produttivi e troppo sbilanciata verso produzioni ad alto impatto ambientale, come quelle zootecniche industriali.
La nuova PAC potrebbe essere uno strumento potente per supportare gli agricoltori nella risposta all’esigenza generale di riduzione dell’inquinamento e nell’avvio/consolidamento di un contatto più diretto con i consumatori, in grado di valorizzare con vantaggio reciproco il buon cibo. E non ci sono in gioco solo produzione e consumo di alimenti. I consumatori possono avere un rapporto diverso con la campagna e cercare in esso la soluzione ai tanti aspetti insoddisfacenti della vita urbana. La pandemia ha messo in evidenza come il sistema di vita e lavoro nelle città possa essere estremamente vulnerabile, ma ha anche mostrato inaspettate vie d’uscita nello smart working, nella modifica dei comportamenti, nel decentramento abitativo. Un adeguato supporto politico ad un modello di agricoltura meno inquinante potrebbe aiutare il consolidarsi di questi processi.

La nuova PAC potrebbe anche contribuire a mitigare il problema delle disparità sociali nell’accesso al cibo. Nel consumo di alimenti si affermano due tendenze opposte: da un lato aumenta il numero di chi è in grado di spendere di più per un’alimentazione migliore, dall’altro cresce la fascia di popolazione in ristrettezze economiche, che riduce in primo luogo la spesa alimentare.

E così, se aumentano gli scaffali con prodotti biologici e prodotti tipici, aumenta anche il consumo di prodotti di qualità mediocre, si praticano sconti per fasce deboli (pensionati e giovani), e si allungano le file alle mense per poveri. Una delle sfide che, come associazione di consumatori, portiamo all’interno della Coalizione è quella di impedire questa frattura sociale, lavorando affinché tutti abbiano accesso ad un’alimentazione adeguata. Anche questo obiettivo dovrebbe essere perseguito dalla PAC, attraverso un congruo finanziamento del biologico e degli ecoschemi.

Noi crediamo nelle capacità delle persone e nel fatto che non esistono alternative. I dati ci dicono che il biologico cresce così come la consapevolezza tra i consumatori. Rispetto a questa crescita di sensibilità di produttori e società i politici sono ancora titubanti, evitano di fare scelte coraggiose che spingano verso una reale sostenibilità dei processi produttivi e un disinquinamento dello spazio rurale.

In un tempo in cui si guarda alla realizzazione di un sistema economico resiliente e circolare una tale posizione appare incoerente. La creazione di un nuovo patto tra produttori e consumatori è la sfida su cui investire.

Eco-schemi

Eco-schemi

Lo strumento degli eco-schemi è stato introdotto nel recente processo di revisione della PAC per integrarne gli scopi generali con degli obiettivi specifici legati a cambiamento climatico, ambiente e benessere animale.
Un eco-schema, definito a livello di ogni singola nazione, è costituito da una o più pratiche agricole che hanno un effetto vantaggioso per il mantenimento del paesaggio, per la salute umana e la biodiversità. L’obiettivo è di premiare gli agricoltori che gestiscono le loro pratiche agricole in modo rispettoso della natura e del clima e incentivare l’adozione di buone pratiche necessarie alla transizione dei sistemi agrari.

L’adesione agli eco-schemi da parte degli agricoltori è volontaria e quindi è importante che i pagamenti collegati agli impegni siano congrui e gli impegni non troppo gravosi per non ripetere il fallimento degli obiettivi ambientali come già accaduto nell’ultimo periodo di programmazione. In Italia sono stati inclusi negli eco-schemi attraverso il PSN: benessere animale e riduzione degli antibiotici, inerbimento delle colture arboree, salvaguardia degli olivi, promozione di sistemi foraggieri estensivi, misure specifiche per gli impollinatori.

A livello Europeo, gli eco-schemi proposti dagli Stati membri appaiono al di sotto delle aspettative per una vera transizione agroecologica dell’agricoltura. Solo il 19% degli eco-schemi proposti hanno una probabilità di raggiungere gli obiettivi ambientali dichiarati, il 40% richiederebbero sostanziali miglioramenti e il 41% è invece completamente non allineato alle finalità di contrasto dei cambiamenti climatici.

Un nuova iniziativa per la riduzione dei fitofarmaci in Europa

Un nuova iniziativa per la riduzione dei fitofarmaci in Europa

La riduzione dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura costituisce la premessa per fermare la perdita di biodiversità e proteggere la salute dei consumatori e operatori agricoli nei paesi membri della UE. La Commissione europea ha proposto di ridurre l’uso dei pesticidi di sintesi fino al 50% entro il 2030 tramite un nuovo Regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci. Si tratta della prima azione legislativa della Strategia Farm to Fork che ambisce ad un sistema agroalimentare UE più sostenibile entro il 2030. Il nuovo Regolamento sarà vincolante per gli Stati membri, ma questi dovranno fissare obiettivi nazionali che potranno avere ambizioni più contenute (fino al 25%). La bozza di Regolamento attraverserà la revisione di Parlamento e Consiglio, e sostituirà la fallimentare direttiva del 2009. Nel 2021, la Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) dichiarava che nel 45% degli alimenti analizzati si riscontravano uno o più residui, mentre nel 2% dei campioni si rilevavano residui eccedenti il massimo di legge.

Come sottolinea l’European Environmental Bureau, la proposta appare poco ambiziosa ed ignora la richiesta di più di 1,2 milioni di firmatari della Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) “Save Bees and Farmers”, in cui si richiedeva la riduzione dei pesticidi di sintesi dell’80% entro il 2030, una graduale eliminazione dei pesticidi sintetici in Europa entro il 2035 e di escludere NBT e agricoltura di precisione dal quadro di incentivazione UE.

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Comunicato stampa della Coalizione #cambiamoagricoltura del 6 aprile 2022

Comunicato stampa della Coalizione #cambiamoagricoltura del 6 aprile 2022

La Commissione europea chiede all’Italia una drastica correzione di rotta per l’attuazione della Pac post 2022 coerente con il Green deal

Ambientalisti, consumatori e agricoltori biologici: “Pronti a dare di nuovo il nostro contributo per un Piano strategico nazionale della Pac che porti finalmente alla giusta transizione agroecologica”

“La Commissione europea ha confermato nelle sue osservazioni molti dei punti critici già evidenziati nelle nostre osservazioni al piano Piano nazionale strategico italiano per la programmazione 2023-2027 della Politica Agricola Comune”. Lo affermano le 17 associazioni che avevano presentato insieme le proprie osservazioni alla bozza di Piano inviata dal nostro Paese lo scorso 31 Dicembre.

Sono infatti della scorsa settimana le attese osservazioni al Piano strategico nazionale italiano pubblicate dal ministero per le Politiche agricole sul sito della Rete rurale nazionale. “Il piano, nella sua forma attuale, non è sufficiente” afferma la Commissione europea.

Le Associazioni danno atto al ministro Patuanelli e alla struttura del Mipaaf di aver garantito un approccio trasparente avendo rese pubbliche le osservazioni ricevute, al contrario di quanto fatto della Commissione europea, che, nonostante le iniziali promesse del Commissario Wojciechowski, aveva deciso di non diffonderle fino alla risposta degli Stati membri.

Attraverso 244 rilievi la Commissione europea traccia l’identikit di un piano indefinito negli obiettivi e scarso a livello di ambizione. “Le note della Commissione rilevano un Piano finalizzato essenzialmente a tutelare storiche rendite di posizione – continuano le associazioni – non si spiega altrimenti il rallentamento sulla obbligatoria convergenza interna del valore dei titoli e l’inadeguata ridistribuzione di risorse, tutto a svantaggio delle aree rurali del Paese più bisognose di rilancio e sostegno.” Senza una correzione di rotta, segnalano i valutatori della Commissione Ue, il flusso di sussidi europei favorirà i territori tradizionalmente più premiati dalla Pac (in particolare le grandi aziende zootecniche della Pianura Padana), accentuando i divari di reddito rispetto alle aree più svantaggiate della penisola, con il conseguente rischio di un ulteriore abbandono delle aree interne.

Sugli obiettivi ambientali il giudizio è ancora più severo, ricalcando le critiche delle organizzazioni ambientaliste, dei consumatori e dell’agricoltura biologica rimaste inascoltate in fase di prima stesura del Piano, quando era stata fatta prevalere la logica dello “status quo” richiesto da una parte del mondo agricolo.

Secondo la Commissione, il Piano non quantifica gli obiettivi da perseguire, benché tale indicazione sia obbligatoria, con l’aggravante che le misure impostate hanno un’efficacia incerta ed indimostrabile, ad esempio per ridurre l’impronta idrica e climatica dell’agricoltura. Appaiono, inoltre, evanescenti e incoerenti le misure per perseguire diversi obiettivi delle strategie Farm to fork e Biodiversità 2030, ad esempio per la riduzione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi o per il raggiungimento del 10% di aree naturali negli agroecosistemi.

Altrettanto marginali risultano gli obiettivi proposti dal Piano per la riduzione degli sprechi, l’utilizzo coordinato delle energie rinnovabili, lo sviluppo dell’economia circolare, la trasformazione delle diete. Per la produzione biologica la Commissione valuta positivamente l’obiettivo del 25% al 2027, ma invita a chiarire le azioni concrete per raggiungere tale obiettivo. 

Pesante anche il giudizio sugli eco-schemi, nuovo strumento introdotto in questa riforma della Pac per premiare gli agricoltori che scelgono volontariamente di assumere maggiori impegni in termini di tutela ambientale e azioni per il clima.

La Commissione non ritiene evidenti i benefici che gli eco-schemi proposti dal Psn potranno apportare per la mitigazione e adattamento al cambiamento climatico e per la tutela della biodiversità naturale, poiché gli impegni richiesti non aggiungono molto rispetto alla condizionalità – secondo la quale i beneficiari della Pac devono già rispettare alcuni requisiti ambientali per ricevere i fondi europei.

Critiche, quelle di Bruxelles, molto simili a quelle fatte dalle 17 Associazioni, che avevano già denunciato come gli eco-schemi proposti si risolvessero più in misure compensative per alcuni settori che, con la nuova Pac, perderanno parte dei loro privilegi storici. Tra questi la zootecnia, al quale il Psn dedica circa la metà dei fondi stanziati per tutti gli eco-schemi, per misure che non avvicinano agli obiettivi dichiarati in tema di ambiente e riduzione dell’uso di antimicrobici. Anche l’eco-schema sugli uliveti (che nell’ipotesi del Ministero doveva essere sostenuto anche senza garantire benefici ambientali supplementari) viene definito un intervento settoriale, scollegato dall’obiettivo di tutela degli elementi caratteristici del paesaggio ad elevata diversità.

La Commissione richiama, non da ultimo, l’Italia ad avviare la condizionalità sociale già nel 2023, nonché a prevedere interventi per la tutela dei lavoratori, ricordando l’altissima percentuale di lavoro irregolare nelle campagne italiane.

Le 17 Associazioni, ribadendo i giudizi già espressi al Tavolo del partenariato economico e sociale  ed esprimendo preoccupazione per le recenti affermazioni del ministro Patuanelli sulla deroga alle regole ambientali del greening sfruttando la tragedia della guerra in Ucraina, registrano però positivamente il segnale di condivisione delle osservazioni della Commissione Ue da parte del Mipaaf e la convocazione  di un nuovo incontro del Tavolo di partenariato, annunciato per il prossimo 19 aprile.

Rinnoviamo la nostra disponibilità al dialogo con tutti i soggetti interessati per un confronto costruttivo sulle nostre proposte per far sì che la nuova versione del PianosStrategico nazionale della Pac recepisca al meglio le osservazioni della Commissione Ue, per accompagnare la transizione agroecologica del nostro sistema agroalimentare, sulla strada tracciata dalle Strategie Farm to fork e Biodiversità 2030’ “ concludono le 17 Associazioni.

Roma, 6 aprile 2022

UFFICIO STAMPA LIPU-BIRDLIFE ITALIA: t. 3403642091 – andrea.mazza@lipu.it

Le 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che inviano questo comunicato condividono la visione di una transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.

Animal Equality, Associazione Consumatori ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, Associazione Terra!, CIWF Italia Onlus, FederBio, Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu-BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia, WWF Italia.

Cereali Resilienti: un progetto di vita per i Territori

Cereali Resilienti: un progetto di vita per i Territori

Dai troppi quintali alla fiducia nelle comunità

di Claudio Pozzi – Coordinatore Rete Semi Rurali

Se davvero vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato nei confronti di una filiera di produzione più che millenaria.

Maggio 2017, Scansano, Grosseto. Avevo un’ora a disposizione per raccontare perché, con Rete Semi Rurali, stavamo lavorando alla reintroduzione di varietà locali di grano sulla base di motivazioni agronomiche, economiche e nutrizionali. Com’è mio uso, ho fatto una breve introduzione per animare un dibattito che mi permettesse di completare l’informazione senza appesantire i presenti. Interviene un anziano in prima fila che chiede “Quanto rendono questi grani?” Cerco conferma negli occhi di chi fra i presenti da qualche tempo aveva adottato qualche varietà locale iniziando a commercializzarne farine e pasta e rispondo che in quelle zone, con notevoli oscillazioni annuali, si può ritenere buona una media di 15 quintali a ettaro. “Ooohh” mi risponde l’anziano “a Pomonte due anni fa ha reso 80 quintali!” Avevo pronta una cartucciera intera da sparare ma è bastata la domanda “A quanto li hanno venduti tutti quei quintali?” Senza alcuna esitazione l’anziano mi risponde che nessuno li aveva ritirati perché non avevano abbastanza proteine. Tanta era stata la felicità per lo straordinario risultato raggiunto che il lavoro e l’energia, i prodotti acquistati e le relative spese per arrivare ad un risultato di quel tipo, pur se andati del tutto sprecati, passavano in secondo piano.

Ho sempre più l’impressione che la nostra sia una missione culturale e sociale prima che di innovazione genetica o agronomica. Se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato per una filiera di produzione più che millenaria. Ci interessa qui sottolinearne il senso, ormai abusato e strapazzato in qualsiasi scritto o dibattito.

Solo qualche anno fa, nel 2015, quando abbiamo deciso il titolo di quello che è diventato un progetto di grande ispirazione, la parola resiliente era poco usata. A noi, in quel momento, sembrava rappresentare bene l’attitudine delle popolazioni evolutive di frumento ad adattarsi nel tempo alle condizioni ambientali in cui venivano coltivate. Condizioni ormai del tutto instabili e poco prevedibili. Unica certezza: l’aumento delle temperature medie e la diminuzione delle precipitazioni.

Incontro territoriale della MAC Collina presso az. agr. Floriddia, Maggio

Ma quale sia il percorso e in quali termini se ne manifestino gli effetti stagionali, è un mistero per tutti. Avere a disposizione una popolazione, in grado di non soccombere agli eventi imprevedibili e addirittura di stabilizzarsi su una media produttiva, quella sì finalmente prevedibile, ci sembrava un risultato straordinario. Lo scommettere che quel fenomeno, che stavamo osservando a latitudini e climi molto diversi tra loro, come Toscana e Sicilia, potesse verificarsi anche in contesti infra-regionali, ci ha appassionati ed intrigati. Nel frattempo, la Commissione europea sviluppava una linea progettuale per i PSR locali che sembrava adattarsi al nostro mandato di animazione del territorio: i PEI o Gruppi Operativi, quasi pensati e cuciti a nostra immagine e somiglianza. Poter mettere in pratica il proprio immaginario attraverso esperienze concrete è quanto di meglio ci si possa aspettare. Il dibattito applicativo ci ha portati ben presto a comprendere che la gestione di quelle sementi non era affatto scontata e poteva avvenire solamente in un sistema diverso da quello esistente.

La resilienza della semente e dei suoi derivati è condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, e dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica.

Il primo pensiero è stato quello di proporre il coinvolgimento e la nascita di ditte sementiere locali. Il termine ditta aveva però un suono che stonava alle nostre orecchie, appariva quasi cacofonico rispetto al fluire delle idee che stavamo elaborando. È stato così che il termine “sistema sementiero” ha iniziato a prender forma, a farsi strada e a raccogliere consensi. Ci è apparso chiaro improvvisamente che un sistema sementiero diffuso sarebbe stata la simbiotica conseguenza della scelta di coltivare popolazioni evolutive, un sistema locale di produzione delle sementi, capace di flessibilità per rispondere alle esigenze degli attori e alle dinamiche organizzative e logistiche caratteristiche dei diversi territori: a ogni terreno il suo seme, a ogni territorio il suo sistema sementiero.

Un passo importante che ci ha permesso di presentarci alle comunità dei vari areali climatici della Toscana portando sì un nuovo seme – probabilmente più performante delle varietà locali – ma altrettanto rispettoso sia del metabolismo del suolo che del metabolismo di chi ne avrebbe acquistato e consumato i prodotti finali.

Altre sorprese e consapevolezze ci aspettavano al varco. L’incontro con le piccole comunità di coltivatori della zona collinare rivelava attitudini relazionali completamente diverse da quelle degli areali di montagna o costa. La resilienza della semente e dei suoi derivati era quindi condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, non solo dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica. Diventava quindi necessario costruire un sistema di regole che fossero univoche e riconoscibili anche su territori diversi ma che, allo stesso tempo, permettessero una grande flessibilità di adattamento ai cangianti contesti psicosociali.

Dall’osservazione e dalla riflessione su queste necessità siamo giunti ad uno dei primi risultati tangibili di questo progetto: l’etichetta che accompagna le prime prove di vendita di una semente eterogenea non riconducibile ad una varietà da conservazione. È la prima volta che un’azienda agricola, in collaborazione con Rete Semi Rurali, vende semente di popolazione, mantenuta e selezionata nei propri campi, ufficialmente cartellinata dal CREADC e accompagnata da un’etichetta che sancisce diritti e doveri di chi apre quel sacco. Diritti e doveri sicuramente interessanti di per sé ma ancor più innovativi perché del tutto inattesi all’interno del sistema legale. Riconducibili invece ad un mondo in cui la fiducia reciproca torna ad essere il valore fondante riconosciuto.  Si chiude il cerchio. La resilienza non sta solo nell’indiscutibile e fondamentale valore della variabilità genetica delle popolazioni evolutive. La resilienza trova la sua validazione nella ricostruzione di una collettività che si riconosce in un sistema relazionale ed organizzativo che, dal seme alla tavola, porta il segno della fiducia e della corresponsabilità dei soggetti che la animano e la sostengono.