Sara conduce l’azienda-madre per la MAC Pianura ed è partner del progetto. Dal 2017, primo anno di semina, riproduce in azienda la popolazione evolutiva che è arrivata al suo quinto anno di adattamento. Già dal primo raccolto ha avviato prove di trasformazione e ha introdotto l’utilizzo in etichetta del logo di progetto e di un testo che racconta cosa sono le popolazioni. Le rivolgiamo alcune domande per capire come ha fatto le sue scelte.
Da quando coltivi le popolazioni evolutive che tipo di trasformati hai sperimentato? Coltivo le popolazioni evolutive da quando, ad un incontro di Rete Semi Rurali, venni a conoscenza del progetto Cereali Resilienti. È stato un “amore a prima vista”. Quello che mi aveva colpito era proprio il concetto di “diversità”, di “mescolanza”, di “forza adattativa”. Idee che sono per me di fondamentale importanza, al di là dell’agricoltura. Negli anni ho già potuto osservare dei cambiamenti nella mia popolazione, delle evoluzioni, anche da un anno all’altro. All’inizio non è stato facile introdurre la farina di popolazione sul mercato. Le persone facevano fatica a capire e preferivano rimanere sul terreno conosciuto. Ma una volta “osato” l’assaggio, molti clienti non l’hanno più abbandonata, sia privati che forni e pizzerie, soprattutto per la panificazione. Quello che colpisce in particolare sono i profumi ed i sapori, diversi da qualsiasi altro impasto. Questo incoraggiamento mi ha spinto a fare altre prove, partendo dalla pastificazione, che mi hanno lasciata piuttosto soddisfatta. E poi si è aperta la grande porta della birra.
Le collaborazioni che hai avviato per le trasformazioni su che basi si fondano? Le collaborazioni più belle, così mi piace chiamarle perché non sono anonimi “clienti”, sono quelle con persone e realtà con cui condivido valori e approcci. Le più significative, al momento, direi che sono 4: il Birrificio San Gimignano, che con la popolazione produce alcune delle sue birre; la CSA Mondomangione di Siena, che da circa un anno ha avviato un bellissimo progetto di panificazione; il Mulino Parrini, un mulino recuperato e gestito dall’omonima associazione a Sant’Agata in Mugello; la Divina Pizza di Firenze. La farina viene prodotta da Macinazioni Valdichiana di Bettolle, gli esperimenti sulla pasta dal Mulino Val d’Orcia. Sono realtà che hanno la propria unicità e una storia interessante, strettamente legate al nostro territorio, e che mettono alla base del loro lavoro un’attenzione alla qualità, alla socialità, alla costruzione di legami tra le persone, alla bellezza di quello che ci offre la Natura e che le mani dell’uomo sanno trasformare con la coscienza di essere collaboratori di materie vive, che comunicano e che pulsano. Persone che hanno capito che con le popolazioni hanno a che fare con un chicco che ha molto da condividere e da raccontare. Lo stimolo di manipolare una vita che ogni anno sarà diversa, che a seconda del luogo di provenienza sarà diversa, ma anche che sarà diversa a seconda del proprio unico modo di rapportarvisi.
Che prospettive vedi per i trasformati delle popolazioni evolutive? Credo che le popolazioni siano davvero il grano del domani. Senza nulla togliere alle varietà locali che vanno sempre più recuperate, protette e valorizzate poiché anch’esse sono parte dei nostri territori e della diversità dell’agricoltura. Tuttavia, le popolazioni consentono una versatilità di utilizzo ed un adattamento anche a diversi tipi di trasformazione, oltre ad apportare alla dieta una parte di quella importante varietà di elementi nutrizionali che in gran parte abbiamo smarrito con l’agricoltura industriale. Servono professionisti della trasformazione che abbiano voglia di sperimentare ponendosi in ascolto della materia che manipolano, comprendendo il valore e la vitalità di ciò che prende forma sotto le loro mani. Le popolazioni evolutive non sono solo grano tenero, sono anche orzo e grano duro, e tante altre coltivazioni seminative e orticole. Trasformarle non è solo produrre un pane, un dolce, una birra, una pasta, una salsa. È prima di tutto comprendere, e poi comunicare a chi si nutre dei prodotti, l’immenso contenuto di significato, di nutrimento, di relazione che le popolazioni racchiudono in sé.
Per 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori il documento di programmazione inviato alla Commissione UE dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali è molto deludente: l’Italia perde l’occasione per l’avvio di una vera transizione ecologica della sua agricoltura e dei sistemi agro-alimentari, ostaggio delle potenti corporazioni agricole e dell’agro-industria.
Una valutazione della Commissione UE coerente con le Strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030” sarà l’occasione per modificare un Piano non adeguato per un vero Green Deal dell’agricoltura nel nostro Paese.
Il Piano Strategico Nazionale della PAC 2023-2027 (PSN), inviato dal Ministro dell’agricoltura, Stefano Patuanelli, alla Commissione UE il 31 dicembre scorso, ripropone e rilancia l’attuale modello di agricoltura e gestione dei sistemi agro-alimentari non sostenibile, affossando la transizione agroecologica auspicata dalle Strategie europee “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, richiesta dai cittadini-consumatori europei.
E’ questo il giudizio impietoso delle 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che hanno inviato ai Ministeri italiani, MIPAAF e MITE, e ai funzionari delle DG Envi e DG Agri della Commissione UE, un dettagliato documento di commenti, osservazioni e proposte in vista della valutazione del documento di programmazione prevista dal percorso finale per la sua definitiva approvazione entro l’estate 2022 (la nuova PAC diventerà operativa nel gennaio 2023 e per l’Italia vale circa 34 miliardi fino al 2027, che possono arrivare a quasi 50 miliardi considerando il cofinanziamento nazionale dei fondi destinati allo sviluppo rurale).
Le osservazioni della Commissione Europea saranno l’occasione per correggere i contenuti più controversi del PSN italiano, che le 17 Associazioni nazionali hanno evidenziato nel loro documento, dopo che il Ministero ha accantonato un approfondito confronto nel Tavolo di partenariato con tutti gli attori istituzionali, economici e sociali. Nonostante le rassicurazioni del Ministro, Stefano Patuanelli, sulla possibilità di modifiche dei contenuti del PSN le Associazioni temono che solo specifiche osservazioni critiche della Commissione UE renderanno possibile sostanziali cambiamenti del testo inviato dal Governo italiano.
Particolarmente grave è l’impostazione degli eco-schemi che rivelano la finalità prevalente di compensare la riduzione dei contributi ai settori ritenuti penalizzati dalla revisione dei titoli storici e dalla convergenza interna. La logica adottata dal MIPAAF è stata quella di assicurare un’adeguata compensazione delle perdite di reddito, privilegiando la zootecnia del nord Italia e l’olivicoltura del centro-sud: i due eco-schemi destinati a questi settori impegnano il 58,5% delle risorse destinate a tutti e 5 gli eco-schemi previsti dal PSN. Gli eco-schemi dovrebbero invece premiare gli impegni volontari degli agricoltori per il contrasto dei cambiamenti climatici, per la tutela della biodiversità e dell’ambiente, motivo per cui le 17 Associazioni ritengono questa impostazione del PSN errata e particolarmente grave, anche in considerazione dell’analogo approccio con cui sono stati definiti i pagamenti accoppiati.
In linea generale, nel PSN, si riscontra una forte disparità tra i premi attribuiti agli eco-schemi e quelli previsti per gli impegni agro-climatico-ambientali dello sviluppo rurale, che prevedono spesso analoghi impegni con finalità simili, ma con premi decisamente inferiori, creando una vera e propria competizione, a discapito delle pratiche più efficaci per la transizione agroecologica.
Nel PSN non vengono esplicitati gli obiettivi quantitativi che si intendono raggiungere entro il 2027, sia con gli eco-schemi sia per gli interventi previsti nello Sviluppo Rurale. Questa mancanza dovrà essere risolta nella versione definitiva del Piano, in particolare indicando gli obiettivi di riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari, dei fertilizzanti chimici, degli antibiotici e l’incremento delle aree destinate alla conservazione della biodiversità naturale e al mantenimento del paesaggio rurale.
Solo per l’agricoltura biologica viene indicato un obiettivo quantitativo, con il 25% di superficie agricola certificata entro il 2027, una percentuale che probabilmente arriverà al 30% entro il 2030. Le 17 Associazioni esprimono soddisfazione per l’attenzione riservata all’agricoltura biologica, ma ritengono che l’Italia avrebbe potuto aspirare all’obiettivo più ambizioso, ma realistico, del 30% di SAU in biologico entro il 2027 per arrivare al 40% entro il 2030, considerato che il nostro Paese parte con una percentuale del 15,8% al 2021.
Il tema della conservazione della natura, attraverso la tutela e ripristino della biodiversità naturale, viene incredibilmente sottovalutato nel PSN, non considerando adeguatamente i risultati dell’analisi dei fabbisogni, con l’indicazione arbitraria di priorità in palese contrasto con i dati scientifici disponibili emersi anche dall’ultimo rapporto dell’ISPRA che indica l’agricoltura come principale causa della perdita di specie e habitat. Questa scarsa attenzione è confermata dall’assenza di un eco-schema dedicato al mantenimento delle aree funzionali alla tutela della biodiversità e degli elementi naturali del Paesaggio, lacuna che mette in seria discussione il target del 10% indicato dalla Strategia UE Biodiversità 2030.
Anche il tema della mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici risulta sostanzialmente assente nella programmazione della PAC fino al 2027, sebbene questa si collochi in un periodo di tempo cruciale (l’orizzonte al 2030) per gli obiettivi fondamentali di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. Questo risulta evidente nella decisione del PSN di sostenere ancora un modello di zootecnia intensiva, rinunciando ad una ristrutturazione del settore rispetto alla reale potenzialità di produzione mangimistica e foraggiera del nostro Paese, per ridurre le emissioni che il settore zootecnico “esternalizza” in paesi extra UE attraverso l’importazione di colture proteiche, come la soia. Analoga sottovalutazione si ha anche per la biodiversità agricola, altro tassello chiave per la svolta agroecologica e la resilienza del sistema alla crisi climatica
In definitiva il Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022 all’esame della Commissione UE è molto lontano dall’essere uno strumento efficace per promuovere una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, affrontando le crisi ambientali del millennio. Una mancanza di visione che va a discapito anche della stessa agricoltura, prima “vittima” dei cambiamenti climatici e conseguenti eventi estremi catastrofali.
Con questo documento di programmazione della PAC il Governo italiano, nonostante il giro di poltrone tra i diversi titolari del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali negli ultimi anni, conferma la sua posizione conservatrice, ostile al cambiamento dei modelli di produzione in agricoltura e consumo nei settori agro-alimentari, per tutelare gli interessi delle potenti corporazioni agricole, che hanno accolto con commenti positivi i contenuti di questo Piano, compiacendosi di aver sventato una pericolosa “deriva ambientalista”. .
Roma, 3 Febbraio 2022
Le 17 Associazioni ambientaliste, dell’agricoltura biologica e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza tra la Coalizione #CambiamoAgricoltura* e Associazioni come Greenpeace e Terra! che hanno condiviso l’analisi ed i commenti delle oltre 1500 pagine del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022. Le 17 Associazioni condividono la visione di una transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.
*(Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, Associazione TERRA, CIWF Italia Onlus, FederBio, Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu-BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia).
Ad aprile 2021 una serie di organizzazioni europee ha inviato una lettera comune alla Commissione evidenziando i punti seguenti.
Le regole esistenti per la produzione e la commercializzazione delle sementi favoriscono l’uniformità e la produttività a breve termine a spese della diversità delle piante coltivate, dell’ambiente e della diversità degli attori che sviluppano le sementi e le rendono disponibili. Trascurano i diritti definiti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali (UNDROP) e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA), e dividono gli attori in categorie artificiali di “utenti” e “produttori” di sementi.
Alla luce delle crisi del clima e della biodiversità, abbiamo bisogno di politiche che riconoscano, proteggano e sostengano il potenziale della diversità coltivata per favorire sistemi alimentari resilienti e garantire la nostra sicurezza alimentare futura. La diversità delle piante coltivate è il fondamento per guidare la transizione dei sistemi alimentari e invertire la perdita di biodiversità.
La pandemia Covid-19 ha rafforzato questa necessità, e ha portato ad un aumento della domanda di semi ad impollinazione aperta adattati a livello locale e di prodotti locali. Il miglioramento genetico locale, la produzione e la gestione dinamica delle sementi, e la diversità dell’offerta commerciale di sementi, forniscono agli agricoltori opportunità di alto valore per attingere a questa domanda crescente, per esempio offrendo prodotti biologici, varietà tradizionali, specie trascurate e sottoutilizzate, e/o specialità regionali.
Tuttavia, l’attuale quadro normativo sta deludendo gli agricoltori che operano al di fuori dell’agricoltura industriale, per esempio quelli che lavorano in condizioni agro-ecologiche o biologiche, quelli che vogliono lavorare con varietà ad impollinazione aperta, e quelli che lavorano in piccole superfici con stretti legami con i consumatori finali, poiché semplicemente non hanno accesso a varietà adatte alle loro esigenze e agli ambienti produttivi. Alla luce delle numerose sfide che l’agricoltura deve affrontare, è inaccettabile che il quadro di commercializzazione delle sementi discrimini quanti desiderano perseguire alternative caratterizzate da pratiche rispettose dell’ambiente e del clima.
Qualsiasi riforma della legislazione sulla commercializzazione delle sementi deve realizzare il Green Deal europeo, le sue strategie per la biodiversità e Farm to Fork, e gli obiettivi dell’UE in materia di cambiamento climatico, promuovendo i diritti degli agricoltori alle sementi. Deve rispettare e sostenere gli sviluppi stimolanti del nuovo regolamento biologico, e anche riconoscere i considerevoli e costosi oneri imposti alla produzione e alla circolazione delle sementi dal nuovo regolamento fitosanitario, in particolare per i piccoli operatori. Deve essere coerente con gli impegni presi nell’ambito dell’ITPGRFA e della Convenzione sulla diversità biologica. Infine, ma non meno importante, deve far rispettare il diritto alle sementi e gli obblighi degli Stati di facilitare e rispettare questo diritto secondo l’UNDROP.
Ci sono stati alcuni miglioramenti nell’ultimo decennio, in particolare con le direttive sulle varietà da conservazione, e più recentemente nel nuovo regolamento del biologico. Tuttavia, la diversità è ancora limitata a nicchie, ognuna delle quali ha la sua serie di restrizioni, e la complessità del quadro stesso è proibitiva per molti piccoli attori. Le crisi del clima e della biodiversità, così come i cambiamenti sociali, economici e tecnologici nei decenni successivi all’adozione delle regole negli anni ’60, richiedono un ripensamento fondamentale.
Una legislazione riformata deve sostenere la diversità intraspecifica e intra-varietale, sostenendo così l’adattamento al cambiamento climatico, la transizione verso un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, la produzione locale di sementi e cibo, i diritti degli agricoltori e diete più sane. Dovrebbe anche riconoscere e sostenere veramente la molteplicità dei sistemi sementieri, e offrire più scelta agli agricoltori.
Per raggiungere questo obiettivo, la riforma deve riconoscere, proteggere e premiare il ruolo fondamentale giocato dai sistemi sementieri informali nella conservazione, nell’uso sostenibile e nella gestione dinamica della diversità, e nel garantire la resilienza dei nostri sistemi alimentari. Parallelamente alla legislazione e i diritti di proprietà intellettuale non devono danneggiare i diritti degli agricoltori. Tutti i quadri giuridici devono essere migliorati per evitare l’appropriazione indebita della diversità, compreso attraverso l’uso di informazioni digitali sulle sequenze genetiche.
I 34 FIRMATARI DELLA LETTERA
EU / REGIONAL
Biodynamic Federation Demeter Int European Coordination Via Campesina Reseau Meuse-Rhin-Moselle
AUSTRIA
Arche Noah / ÖBV-Via Campesina Austria
BELGIO
Boerenforum, Vitale Rassen
CROAZIA
Biovrt-u skladu s prirodom – Biogarden Croatian Org. Farmers’ Associations Alliance Život – Association of Croatian family farms ZMAG – Community Seed Bank
REPUBBLICA CECA
Demeter Czech & Slovakia / Permasemnika
CIPRO
Cyprus Seed Savers
DANIMARCA
Demeterforbundet i Danmark Frøsamlerne – Danish Seed Savers
ESTONIA
Maadjas – Estonian Seed Savers
FRANCIA
Demeter France Mouvement de l’Agriculture Bio-Dynamique Le Réseau Semences Paysannes
GERMANIA
D.V. Kulturpflanzen- und Nutztiervielfalt e.V.
GRECIA
Aegilops / Peliti
UNGHERIA
Magház – Seed House
IRLANDA
Irish Seed Savers Association
ITALIA
Associazione per l’Agr. Biodinamica in Italia Demeter Associazione Italia Rete Semi Rurali
LETTONIA
Latvian Permaculture Association
LUSSEMBURGO
SEED Luxemburg
MALTA
Nadir for Conservation
NORVEGIA
Biodynamic Association Norway
POLONIA
Foundation AgriNatura for Agricultural Biodiversity
PORTOGALLO
GAIA – Environmental Action and Intervention Group
SVIZZERA
Getreidezüchtung Peter Kunz ProSpecieRara
Proposte specifiche per una possibile riforma:
– Il campo di applicazione della legislazione dovrebbe essere delineato da una definizione rigorosa di commercializzazione limitata alle attività commerciali rivolte agli utilizzatori professionali di sementi. La legislazione, quindi, non dovrebbe regolare conservazione, uso sostenibile e gestione dinamica della diversità, compresi gli scambi di sementi tra agricoltori e hobbisti che sono gratuiti o che prevedono solo il rimborso delle spese. In particolare, non dovrebbe esistere un registro degli operatori. Questi sistemi sementieri, come sancito dall’UNDROP, devono essere fuori dal campo di applicazione della normativa.
– La legislazione deve garantire la libertà di scelta degli agricoltori sia per quanto riguarda le sementi (specie, varietà, popolazioni) che per quanto riguarda gli standard di produzione.
– Ci deve essere una chiara distinzione tra i regimi che concedono i diritti di proprietà intellettuale sulle nuove varietà vegetali e quelli che permettono l’accesso al mercato. La registrazione basata deve essere adattata e proporzionata ai bisogni e alle realtà della diversa gamma di attori, così come dei loro clienti.
– La legislazione deve garantire la trasparenza sui metodi di miglioramenti usati e sui diritti di proprietà intellettuale per tutte le varietà sul mercato.
– Le norme sulla sanità delle sementi e i meccanismi di controllo devono essere adattati ai rischi e alla scala di commercializzazione delle sementi, riconoscendo le diverse aspettative degli utenti e dei clienti riguardo ai criteri di qualità.
In occasione de Consiglio “Ambiente” 20 dicembre la RSR scrive al Ministro Cingolani, aderendo all’appello di IFOAM e FIBL per sostenere il principio di precauzione nella regolamentazione delle piante ottenute con nuove tecniche genomiche
credits Friends of the Earth Europe
Spettabile Ministro Cingolani,
Le scriviamo per chiederle, sulla base delle osservazioni di seguito riportate, di difendere l’attuale rigida regolamentazione degli organismi geneticamente modificati (OGM) alla prossima riunione del Consiglio Ambiente del 20 dicembre. La Commissione europea si sta orientando verso l’esclusione della nuova generazione di OGM (GE) dal quadro normativo dell’UE per gli OGM. La Commissione sostiene infatti che alcune piante selezionate e riprodotte con le cosiddette “nuove tecniche genomiche” possano contribuire alla sostenibilità del modello agricolo europeo, e prevede di introdurre un quadro normativo distinto e per molti versi favorevole al loro utilizzo. Questo significherebbe la riduzione e l’abolizione delle norme esistenti per tali produzioni, soprattutto per ciò che riguarda il rischio di contaminazione ambientale, la tracciabilità e l’etichettatura. Con questa decisione, sia il monitoraggio del rischio ambientale che la responsabilità del produttore sarebbero sostanzialmente indeboliti se non eliminati. Ad oggi, riteniamo inderogabile l’introduzione di un nuovo protocollo di tutela per ciò che riguarda le NBT, ma le argomentazioni pervenute rimangono estremamente vaghe, e non ci sono finora criteri o metodologie chiare per la loro applicazione. Quando, nel 2019, il Presidente della Commissione Barroso decise di trasferire la responsabilità del dossier OGM dalla DG ENVI alla DG SANTE, i Ministri dell’ambiente e il Consiglio dell’ambiente hanno avuto il ruolo di indirizzo sul quadro giuridico e sulle autorizzazioni alla commercializzazione degli OGM sulla base della preminenza degli aspetti della biosicurezza e dei potenziali impatti ambientali in gioco, temi che si ripropongono anche nel caso delle nuove tecniche GE. La preghiamo quindi di sostenere le tesi della delegazione austriaca in sede di Consiglio. Chiediamo di sostenere le informazioni presentate dall’Austria, che sottolineano la necessità di rispettare il principio di precauzione e il diritto dei consumatori ad essere informati. L’Italia deve giocare un ruolo nel “Consiglio Ambiente” di dicembre per difendere una regolamentazione rigorosa. La pietra miliare della legislazione UE sugli OGM, la direttiva 2001/18, è stata originariamente discussa e concordata dai Ministri dell’ambiente dell’UE. Pone molta attenzione agli aspetti ambientali, compresi gli impatti potenzialmente negativi sulla natura, gli ecosistemi e le specie in pericolo. Tuttavia, il Consiglio Ambiente non ha fatto parte delle discussioni in corso sulle GE: solamente il Consiglio Agricoltura ha discusso i piani della Commissione nel maggio 2021. Il Consiglio Ambiente del dicembre 2021 potrebbe essere l’unica occasione per i Ministri dell’ambiente per prendere posizione. L’imminente confronto sarà un’importante opportunità per esprimere preoccupazioni sul potenziale indebolimento degli standard ambientali per gli OGM creati con le nuove tecnologie. Sarà anche un’opportunità per presentare i vostri punti di vista su come il quadro esistente riguardo agli OGM dovrebbe essere applicato, e quali elementi debbano essere mantenuti nel caso in cui il quadro giuridico venga modificato. Le chiediamo di prendere posizione in difesa di una valutazione rigorosa della sicurezza per tutti gli OGM, comprese le piante ottenute per mutagenesi diretta e cisgenesi, e di ribadire l’importanza del principio di precauzione come fondamento di qualsiasi quadro giuridico dell’UE per gli OGM. Le organizzazione della società civile, i produttori biologici e non OGM sono profondamente preoccupati Da parte nostra, siamo molto preoccupati che la Commissione europea presenti le “nuove tecniche genomiche” come un modo per ottenere sistemi alimentari più sostenibili e come uno strumento per ridurre l’uso di pesticidi. La tecnologia GE non è altro che una pericolosa distrazione dai reali progressi verso la sostenibilità. L’attuale attenzione su presunte soluzioni tecnologiche ai problemi sistemici che l’agricoltura di oggi deve affrontare, sta allontanando le risorse urgentemente necessarie alla ricerca e all’applicazione di approcci realmente sistemici che affrontino le cause dei problemi piuttosto che trattarne i sintomi. In breve, la presentazione degli OGM come modo per raggiungere la sostenibilità dal nostro punto di vista non è altro che uno spreco di tempo e denaro, che solleva più domande e rischi di quanti ne risolva. I governi devono rispettare e applicare la sentenza della Corte di giustizia europea e garantire che la nuova generazione di OGM sia adeguatamente regolamentata nell’ambito dell’attuale quadro UE sugli OGM. Si deve garantire la sicurezza e la trasparenza per gli allevatori, gli agricoltori, i trasformatori di cibo e i consumatori. Nel caso in cui vengano identificati problemi ambientali, la trasparenza, la tracciabilità e l’attribuzione di responsabilità sono cruciali. Molte grazie per aver considerato le nostre richieste. Cordiali saluti, Per Rete Semi Rurali il Coordinatore Claudio Pozzi
Ragione e sentimento possono arrivare dove l’agrofinanza neppure immagina: in Sicilia da circa 5 anni c’è chi ha pensato di reintrodurre la coltivazione del riso.
Dopo alcuni tentativi, anche di successo, nell’entroterra ennese, il ritorno del riso in grande stile si è realizzato a Lentini, un comune al confine tra Catania e Siracusa, al centro della Piana di Catania.
La sinergia tra un imprenditore coraggioso come Nello Conti e il Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania all’epoca guidato dal prof. Luciano Cosentino ha quasi inaspettatamente riportato il riso al centro di un interesse agronomico, ma soprattutto commerciale che dimostra, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, che anche in Sicilia è possibile costruire delle filiere agroalimentari confidando sulle capacità imprenditoriali di singoli accompagnati da chi si occupa di ricerca. Il riso, da un punto di vista agronomico, può trovare in alcune zone della Sicilia condizioni ottimali per palesare le proprie potenzialità produttive, a condizione che vi siano risorse idriche significative, terreni pesanti e ben livellati.
In Sicilia, grazie all’assenza di fenomeni di stanchezza del terreno, si può coltivare il riso in regime di agricoltura biologica. Tale peculiarità rappresenta una nuova opportunità commerciale per gli agricoltori, in considerazione del fatto che il quantitativo ad oggi prodotto viene venduto rapidamente ed a prezzi che ripagano adeguatamente gli investimenti necessari.
La storia del riso in Sicilia ha un’origine antica, millenaria. Diodoro Siculo da Egira (60-30 a.C.), vicino Enna nella Bibliotheca historica, fu uno dei primi autori in Occidente a citarlo. Le coltivazioni si diffusero nell’VIII secolo d.C., in contemporanea con la diffusione del cereale in Spagna. Il riso fu introdotto in Sicilia dagli arabi e sappiamo che nell’875 d.C. era tassato come le altre derrate alimentari. Nel XII secolo Ibn-al’Awwam descrive nel suo libro sull’agricoltura le complesse fasi relative alla coltivazione del riso in Sicilia.
Nel 1912 in Sicilia vi erano 252 ettari coltivati a riso in provincia di Siracusa e altri 275 ettari in quella di Catania. Il successivo abbandono è probabilmente dovuto a ragioni politiche ed economiche sulle quali ancora adesso non vi è uniformità di vedute. Sicuramente nel periodo dell’Unità d’Italia furono intraprese diverse misure volte a disincentivare le coltivazioni nell’isola, favorendo invece quelle di Piemonte e Lombardia.
Una delle difficoltà maggiori che è stata affrontata per la produzione del riso in Sicilia riguarda le fasi post raccolta: il cereale raccolto nell’isola, per ricevere la trasformazione minima necessaria alla sua immissione sul mercato, doveva varcare lo stretto di Messina e raggiungere Sibari (CS), ove è attiva la più vicina filiera completa, oppure il Piemonte.
Fortunatamente Nello Conti ha, senza non pochi problemi, realizzato in provincia di Catania un impianto che gli permette di sbramare, brillare e confezionare il suo prodotto, dando luogo ad uno splendido esempio di chiusura completa della filiera. Oggi possiamo affermare che il riso è finalmente tornato nella terra che lo ha accolto prima di ogni altra in Italia e finalmente possiamo gustare arancini a chilometro zero.
Una delusione per la Coalizione #CambiamoAgricoltura
La strategia nazionale per la nuova PAC dimentica il Green Deal e le Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. Grave latitanza del Ministro della Transizione Ecologica, Cingolani
Nella seconda riunione del Tavolo di partenariato, convocata e presieduta dal Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, che si terrà online oggi pomeriggio, sarà presentato e discusso il documento delle priorità del Piano Strategico Nazionale (PSN) per l’attuazione della PAC post 2022.
“Non siamo più neanche di fronte ad un tentativo di greenwashing, ma di un vero e proprio patto per l’agricoltura industriale, che relega a contorno gli impegni per l’ambiente e il lavoro”
Lo dichiarano le Associazioni della Coalizione italiana #CambiamoAgricoltura che giudicano il documento deludente e inadeguato per affrontare le complesse sfide della transizione ecologica della nostra agricoltura, inefficace sia sul versante della lotta al cambiamento climatico che su quello dello stop alla perdita di biodiversità.
Il documento è essenzialmente centrato sulla sostenibilità economica del sistema agroalimentare, sottovalutando gli aspetti della sostenibilità ambientale e sociale. La strategia con cui il nostro Governo intende dare attuazione alla nuova PAC indica la priorità di dare “valore” alla transizione ecologica in termini di opportunità di reddito delle aziende, valutando al contempo con attenzione gli impatti economici degli impegni richiesti agli agricoltori per la sostenibilità ambientale. Il documento richiama nelle prime pagine le finalità della Politica Agricola Comune, citando le priorità fissate dal trattato fondativo della CEE nel 1957, come se negli ultimi 70 anni non ci fossero state le riforme che hanno profondamente mutato gli obiettivi di questa politica dell’Unione Europea, che attribuisce analoga importanza e dignità agli obiettivi di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Lo stesso nuovo Regolamento UE della PAC post 2022, che sarà votato domani dal Parlamento europeo, indica con chiarezza che i 9 obiettivi per la sostenibilità economica, ambientale e sociale, hanno la stessa dignità ed importanza.
Per le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura la sostenibilità della nuova PAC è basata su compresenza e pari ruolo di tutte e tre le componenti della sostenibilità. Se una componente è più debole il sistema non regge.
Questo vale in particolare per la sostenibilità ambientale, essendo ormai evidenti gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici e perdita della biodiversità sulla stabilità dei nostri sistemi agroalimentari.
Completamente assente nella strategia è il necessario riferimento agli obiettivi delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ma non ci sono riferimenti neppure alle varie Strategie nazionali: sviluppo sostenibile, biodiversità, transizione ecologica e al piano nazionale energia e clima: è come se il comparto agricolo e zootecnico nazionale si chiamasse fuori dalla transizione ecologica, rinunciando ad affrontare il necessario cambio di modello verso l’agroecologia. Ancora più stonata è l’assenza di risposte puntuali alle esplicite richieste fatte dalla Commissione Europea nelle raccomandazioni inviate al nostro Paese in vista della redazione del Piano e il mancato riferimento ai dati presenti nei policy brief prodotti dallo stesso MIPAAF.
Inoltre la strategia del PSN non indica chiari obiettivi al 2027 (termine della validità del Piano) per l’aumento delle superfici in agricoltura biologica, per la riduzione degli input chimici (pesticidi e fertilizzanti), per il restauro degli agroecosistemi, ma neppure per la riduzione degli sprechi, il miglioramento del benessere animale, il cambio delle diete e dei consumi a favore di alimenti più sostenibili da parte delle famiglie e della ristorazione. La conservazione della natura è relegata in secondo piano, mentre per quanto riguarda le misure sul clima, vengono prospettate azioni prive di efficacia: se è vero che il 70% delle emissioni climalteranti di fonte agricola derivano dalla filiera dell’allevamento intensivo, concentrato nella Pianura Padana, per ridurle occorre avviare una profonda ristrutturazione che riduca i carichi zootecnici favorendo la transizione da produzioni di massa a quelle di qualità. Ma di questa prospettiva non vi è traccia nella proposta di PSN.
Proprio queste carenze fanno sì che il mero elenco generico di interventi del secondo e terzo obiettivo generale non garantiscano il cambiamento necessario. Le associazioni riconoscono, infatti che, nella proposta di PSN, ci sono alcuni spunti che, se sviluppati e adeguatamente finanziati, potrebbero rappresentare delle importanti opportunità: dallo sviluppo dell’agricoltura e zootecnia biologica alla conservazione e ripristino degli agroecosistemi.
La Coalizione, viste le carenze del documento del MIPAAF, sollecita anche le autorità ambientali del nostro Paese, in particolare il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, a far sentire forte la propria voce e rivendicare il ruolo che l’articolo 94 del regolamento della PAC affida al suo Ministero.
“La nostra è una valutazione preliminare basata sulle bozze dei documenti sottoposti dal MIPAAF, speriamo quindi in un giudizio finale meno negativo se verranno accolte le nostre osservazioni e proposte”, commentano le Associazioni di #CambiamoAgricoltura, “l’Italia ha solo 39 giorni per consegnare il suo PSN alla Commissione UE, c’è poco tempo per cambiare rotta e non perdere il treno della transizione agroecologica”.
Roma, 22 novembre 2021
CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 80 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane (Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.